Mentre i riflettori del World Economic Forum sono puntati sulla distensione tattica tra Trump e la NATO, nei corridoi del Congresso svizzero cresce l’inquietudine per il secondo atto della strategia americana: il lancio del "Board of Peace". Quello che viene presentato dalla Casa Bianca come un agile strumento di risoluzione dei conflitti, in primis per la crisi di Gaza, sta assumendo i contorni di una sfida esistenziale all'ordine multilaterale del dopoguerra.
LA FRATTURA EUROPEA: DA MACRON A MELONI, IL FRONTE DEL DISSENSO. La polemica non riguarda solo i contenuti, ma la composizione stessa del tavolo. In questo scenario, spicca quello che molti osservatori hanno già ribattezzato "il gran rifiuto" di Emmanuel Macron. Il presidente francese, citando idealmente la memoria dantesca, ha scelto di voltare le spalle all'iniziativa di Trump, intravedendo nel Board una rinuncia ai valori dell'universalismo diplomatico. Macron ha guidato la fronda europea, sostenendo che la pace non può essere oggetto di un "club privato" che esautora le istituzioni internazionali.
Questa linea di fermezza ha trovato sponda in altre nazioni chiave come la Germania e l'Italia. La defezione di Roma e Berlino non è un semplice disguido di agenda, ma una scelta politica precisa. Fonti diplomatiche descrivono il "Board" come un organismo "bypass", creato appositamente per svuotare di potere le Nazioni Unite, considerate da Trump troppo burocratiche e ostili agli interessi statunitensi. L’Italia, in particolare, pur avendo accolto con favore la tregua sui dazi, ha scelto di non partecipare al lancio odierno per evitare di legittimare un organismo che esclude i canali della diplomazia classica.
IL RISCHIO DI UN’ASSOCIAZIONE ILLIBERALE. Secondo diversi analisti internazionali è dunque più che concreto il rischio che il Board si trasformi in un’associazione di autocrati o leader nazionalisti. L'accoglienza entusiasta di figure come l'argentino Javier Milei e, soprattutto, l'apertura ufficiale di Vladimir Putin, hanno rafforzato questa percezione. La Russia, attraverso le parole del leader del Cremlino, ha già intravisto un'opportunità strategica: rientrare nei grandi giochi diplomatici mondiali dalla porta principale, utilizzando persino i beni russi congelati come "quota d'ingresso" per finanziare la ricostruzione post-bellica sotto l'egida di Trump. Questo scenario preoccupa i leader liberali, che vedono nel Board un luogo dove la pace non viene costruita sul diritto internazionale, ma su transazioni commerciali e spartizioni di zone di influenza tra "uomini forti".
UNA GOVERNANCE "TRANSAZIONALE". La polemica investe anche il metodo. Per Trump, il Board è un’estensione della sua filosofia aziendale: un consiglio di amministrazione dove chi "paga" o chi "ha potere reale" decide le sorti delle aree in conflitto, eliminando il voto dei paesi più piccoli o le tutele legali delle convenzioni internazionali.
Le nazioni che oggi seguono la linea del rifiuto temono che, una volta consolidato questo modello, la gestione delle crisi globali — dalla Groenlandia al Mar Cinese Meridionale — non passerà più per il consenso collettivo, ma per accordi bilaterali conclusi a porte chiuse tra Washington e i suoi partner preferenziali. Il "Board of Peace", in quest'ottica, non sarebbe uno strumento di pace, ma il manifesto di un nuovo ordine mondiale dove la forza economica e militare torna a essere l'unica valuta di scambio. (22 GEN – deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)



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