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direttore Paolo Pagliaro

UCRAINA E GROENLANDIA
DIPLOMAZIA NEL BARATRO

UCRAINA E GROENLANDIA <BR> DIPLOMAZIA NEL BARATRO

I riflettori del World Economic Forum di Davos non hanno fatto nemmeno in tempo a raffreddarsi che l’attenzione globale si è già spostata oggi verso gli Emirati Arabi Uniti, dove è atteso il vertice trilaterale sull’Ucraina verso il quale, nonostante le dichiarazioni positive dell’ultim’ora da parte russa e americana, è difficile non approcciarsi con una buona dose di scetticismo. Lasciando da parte il fervore mediatico che accompagna ogni mossa della nuova amministrazione americana, la realtà sul campo racconta una storia diversa: gli attacchi russi non accennano a diminuire e la sensazione predominante nelle cancellerie europee è che ci si trovi davanti all'ennesimo esercizio di retorica diplomatica privo di sostanza. La storia recente insegna, del resto, che ogni tentativo di mediazione si è finora risolto in un nulla di fatto, alimentando il sospetto che Mosca stia giocando una partita puramente tattica, volta a compiacere il presidente americano Donald Trump senza però avere la reale intenzione di concedere nulla a Kiev.

Il preludio a questo vertice è stato il colloquio notturno avvenuto al Cremlino tra Vladimir Putin e l’emissario americano Steven Witkoff. Le dichiarazioni emerse dopo l’incontro sembrano seguire un copione già visto, fatto di aperture formali che nascondono posizioni d'acciaio. Putin ha dichiarato ufficialmente: "Siamo sempre aperti al dialogo, ma ogni negoziato deve basarsi sulle realtà territoriali e di sicurezza che si sono consolidate sul terreno". Parole che, tradotte dal linguaggio diplomatico, suonano come una riaffermazione dell'intransigenza russa. A fargli eco è stato il consigliere Yuri Ushakov, il quale ha definito l'incontro con Witkoff "costruttivo e utile per chiarire le posizioni", aggiungendo però con freddezza che "la strada per un accordo reale è ancora lunga e tortuosa". Da parte americana, Witkoff ha cercato di mantenere alto il profilo dell'iniziativa, limitandosi a dichiarare che "si sta lavorando per trovare un terreno comune", ma senza fornire alcun dettaglio concreto che possa far sperare in una svolta.

Il sospetto che Mosca stia semplicemente cercando di guadagnare tempo o di ottenere concessioni unilaterali da Washington è corroborato dall'intensità dei combattimenti che continuano a devastare il territorio ucraino. La strategia russa appare chiara: mostrare disponibilità al dialogo con Trump per incrinare il fronte occidentale, mantenendo però invariata la pressione militare su Kiev. In questo contesto, il vertice negli Emirati rischia di trasformarsi in una passerella diplomatica dove le parti si scambiano documenti che sanno già di non poter firmare. L'Ucraina, dal canto suo, partecipa con il timore di essere l'oggetto di un accordo deciso sopra la sua testa, una preoccupazione che la retorica del "Board of Peace" americano non è riuscita a fugare.

Mentre l'asse Mosca-Washington-Kiev si muove su questo terreno scivoloso, un'altra crisi diplomatica ha preso forma nel Grande Nord. La questione della Groenlandia, riaccesa dalle recenti sortite di Trump a Davos, ha costretto Danimarca e Groenlandia a una cautela senza precedenti. Il parziale dietrofront del presidente statunitense, che sembra aver accantonato l'idea di un acquisto diretto in favore di una partnership militare rafforzata con la NATO, non ha rassicurato le autorità locali. I termini dell'accordo delineato a Davos tra Trump e il Segretario Generale dell’Alleanza atlantica rimangono avvolti nel mistero, alimentando interrogativi sulla reale portata delle richieste americane.

I primi ministri di Danimarca e Groenlandia, pur confermando una disponibilità di massima ad "ampliare e modernizzare l'accordo di difesa del 1951", hanno iniziato a tracciare con fermezza le proprie "linee rosse". In una dichiarazione congiunta, hanno sottolineato che "qualsiasi evoluzione della presenza militare nell'Artico deve avvenire nel pieno rispetto della sovranità danese e dell'autonomia groenlandese, senza eccezioni". La paura è che la Groenlandia possa diventare una merce di scambio in una partita geopolitica più ampia, o peggio, che il rinnovato interesse americano nasconda una volontà di controllo che va ben oltre la semplice cooperazione difensiva.

In estrema sintesi, dunque, il quadro internazionale che emerge dopo Davos è quello di un mondo in attesa, sospeso tra la speranza di una pace che appare se non lontanissima neppure a portata di mano e il timore di nuovi assetti di una politica imperiale che si sperava fosse relegata nelle pagine dei libri di storia. La prudenza è quindi d'obbligo: sia sul fronte ucraino che su quello artico, le parole dei protagonisti sembrano pesate più per influenzare l'opinione pubblica che per costruire soluzioni durature. Se il vertice odierno negli Emirati dovesse concludersi con l'ennesima dichiarazione d'intenti generica, avremo la conferma che la diplomazia di questo giovanissimo 2026, pur cambiando i volti e le location, continua a scontrarsi contro il muro dell'intransigenza russa e delle ambizioni americane, lasciando i conflitti e le tensioni territoriali sostanzialmente immutati. (23 GEN – deg)

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