A dieci anni dal rapimento di Giulio Regeni, avvenuta al Cairo il 25 gennaio 2016 e del ritrovamento del suo corpo senza vita il 3 febbraio con segni di torture - inflitte sotto custodia della polizia egiziana, nonostante le iniziali menzogne delle autorità locali che negavano di averlo in consegna -, il documentario "Giulio Regeni: tutto il male del mondo" di Simone Manetti, sarà proiettato in anteprima nazionale a Fiumicello Villa Vicentina, proprio nel paese d'origine del ricercatore, domenica 26 gennaio, alle 17, durante l'evento "Parole, immagini e musica per Giulio", alla presenza dei genitori Paola Deffendi e Claudio Regeni, dell'avvocata Alessandra Ballerini, degli autori Emanuele Cava e Matteo Billi, di Mario Mazzarotto di Ganesh e Domenico Procacci di Fandango (che hanno prodotto il documentario con Agnese Ricchi e Laura Paolucci). La pellicola immerge lo spettatore in una metropoli egiziana ostile e soffocante attraverso riprese inedite dell'ultimo mese di vita del dottorando a Cambridge, registrate mentre era già sorvegliato dai servizi segreti, ricostruendo il clima di tensione in cui fu inghiottito prima del ritrovamento del suo corpo. La narrazione si snoda tra le testimonianze del processo in corso a Roma — attualmente sospeso dallo scorso ottobre per eccezioni della difesa dei quattro ufficiali egiziani imputati — e interviste esclusive ai familiari che denunciano il "muro di gomma" istituzionale, i depistaggi del Cairo. Il documentario ricostruisce la macchina della disinformazione che ha ferito Giulio anche dopo la morte con storie inventate su festini, prostituzione e falsi testimoni, fino alla macchinazione della "banda di criminali" sterminata dalla polizia per chiudere il dossier fino al tentativo di incastrare Giulio tramite il sindacalista Mohamed Abdallah, che agì come agente provocatore registrando i loro incontri. Prodotto da Ganesh Produzioni con Fandango e Sky, il docufilm sarà nelle sale italiane dal 2 al 4 febbraio dopo le anteprime di Fiumicello, Milano, Roma, Bologna e Genova previste a partire dal 25 gennaio. Il documentario raccoglie anche le voci di figure istituzionali come Matteo Renzi, premier all'epoca dell'assassinio, degli allora ministri Roberto Gentiloni e Federica Guidi, di Maurizio Massari, ex ambasciatore italiano al Cairo, e dei testimoni egiziani che hanno permesso di risalire ai nomi degli accusati. E ovviamente i genitori. Il padre di Giulio denuncia le promesse non mantenute dalla miriade di politici italiani ed europei incontrati fino a oggi; la madre ricorda “tutto il male del mondo” specchiato nel corpo umiliato e torturato del figlio, di cui è stata dolorosamente deturpata anche l'immagine da parte dei media egiziani che lo hanno via via associato agli ambienti della prostituzione, dell'omosessualità, della droga, fino allo spionaggio internazionale. "Abbiamo voluto immergere lo spettatore nella Cairo che ha vissuto Giulio — spiega Manetti —nel suo essere spiato, seguito, registrato a sua insaputa dal delatore, per restituire l'immediatezza degli eventi mentre accadono, ma produrre anche sensazioni a livello epidermico, perché il potere del cinema è non solo quello di far conoscere, ma anche di portarci dentro all'anima dei fatti”. Dopo l'anteprima e una presentazione speciale all'Anteo di Milano lunedì 26 gennaio con un live streaming moderato da Fabio Fazio, il film arriverà nelle sale italiane il 2, 3 e 4 febbraio. “Questo film è un atto di cittadinanza attiva — spiega Manetti — per alimentare la memoria di Regeni, perché senza memoria non ci può essere verità e giustizia, così come da anni invoca il "popolo giallo" con le sue manifestazioni che hanno sensibilizzato anche la comunità internazionale. Speriamo che la fine del processo, prevista entro l'anno, segni un punto di svolta”.
Come ricorda Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera “l’occultamento e l'inquinamento delle prove che per dieci anni hanno deviato e ostacolato le indagini sul sequestro e l'omicidio di Giulio Regeni sono lo strumento e il frutto di un depistaggio di regime, che ha coinvolto l'Egitto in tutte le sue articolazioni: il potere politico, con il governo e gli apparati di sicurezza che ne sono l'emanazione; la magistratura che da un certo momento in avanti ha negato ogni collaborazione con quella italiana; l'informazione con la diffusione di bugie che dovevano seppellire il caso insieme al corpo martoriato del ricercatore friulano. I servizi trasmessi dalle televisioni della Repubblica araba sulla scomparsa di Giulio e il successivo ritrovamento del cadavere sono parte integrante del piano di manipolazioni e menzogne veicolate per occultare la verità”. Ad iniziare dalla sera stessa del 25 gennaio 2016, quando un professore diede l'allarme per un appuntamento mancato con Regeni. Nonostante le rassicurazioni mendaci dei servizi segreti del Cairo all'ambasciatore italiano, il giovane era stato prelevato dal sistema di sicurezza egiziano. Dopo il ritrovamento del corpo il 3 febbraio, le autorità locali avviarono una massiccia operazione di disinformazione e depistaggio, diffondendo false piste su festini, prostituzione e testimonianze inventate per coprire le responsabilità della National Security. E nel tempo il regime ha continuato a ostacolare la giustizia, arrivando a definire l'omicidio un semplice "incidente", mentre il processo a Roma contro il rinvio a giudizio di quattro ufficiali della National Security, avviato nel 2020, prosegue tra la mancanza di cooperazione del Cairo e la battaglia incessante della famiglia e dell'avvocata Ballerini per la verità. Dopo 27 udienze, il 21 ottobre scorso, il processo in corso a Roma è stato sospeso a causa di un'eccezione avanzata dalle difese degli imputati. (23 gen - red)
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