Per tutto un primo terzo, mi dico, non so se è un capolavoro, ma di certo è un film perfetto. Poi arriva la scena della figlia del Presidente che va a trovare in carcere una donna di quarant’anni per capire se si merita la grazia dopo aver ucciso a coltellate nel sonno il marito. E lì, l’affondo: non è un film perfetto, è un capolavoro. È il film migliore che Paolo Sorrentino abbia mai fatto. Perché ne sono certo: perché chi lo ama è come chi ama Roger Federer, chi ama il regista de La grande Bellezza, del Divo, Delle Conseguenze dell’amore, de L’uomo in più, delle mani di dio, anche quando toppa tipo Parthenope, continui ad amarlo. E che c’entra Federer? C’entra eccome: chi ama il miglior tennista dell’era Open, lo ama non per i 20 slam, non per le vittorie, ama vederlo giocare. Se vince, meglio, ma se perde una finale di Wimbledon contro un serbo antipatico come l’attacco russo all’Ucraina, sprecando due match point consecutivi al servizio, tu sei felice lo stesso. E perché sei felice lo stesso: perché non hai visto solo una partita, hai visto un’opera d’arte in movimento, hai vissuto un’esperienza estetica, cioè uno spettacolo. Lo spettacolo non è altro che vederlo giocare. Così Sorrentino: non vai al cinema solo per vedere un film, vai al cinema perché sai che vivrai una esperienza estetica; magari perde quella volta, ma tanto tu sei andato per vederlo giocare, la vittoria è inessenziale.
Con La Grazia non ha perso un cazzo di niente, anzi: i virtuosismi portati all’osso – c’è una sorrentinata, forse due (il Papa nero che va in scooter, e l’astronauta che piangendo vede la sua lacrima in assenza di gravità, galleggiare come una perla e riderne). Una sceneggiatura dove non c’è una parola di troppo, una macchina stilistica di rara maturità, senza i parossismi del pur grandioso The Young Pope, o del pur contorto This must be the place, dove forse l’interferenza con Umberto Contarello ha un po’ sgretolato la compattezza autoriale naturale di Paolo (e, vai a vedere, Contarello ha messo mano anche alla Grande Bellezza, altro filmone ovviamente, ma così pieno di sorrentinate da fare pensare che forse Contarello tenda ad enfatizzarle, che gli scappi la frizione).
Un Servillo che dalla prima sigaretta all’ultima scena è esemplare. Personaggi secondari che sono chicche necessarie, come l’amica Coco, la critica d’arte (figura chiave). Ma poi la tematizzazione: andrà studiato nelle scuole di sceneggiatura soprattutto per questo elemento tecnico; non c’è passante, corazziere, figlio, amico ministro, cavallo, ergastolano su cui non riverberi il cortocircuito generato dal dissidio vita-morte, cioè appunto la Grazia.
E grazie al cazzo, è Servillo!
(© 9Colonne - citare la fonte)





amministrazione