Il tema della sicurezza pubblica e della violenza in generale continua ad essere al centro dell’attenzione mediatica e di quella politica. Con particolare riferimento alla violenza giovanile il Governo sta elaborando un “pacchetto sicurezza” con la previsione, tra l’altro, dell’inasprimento di sanzioni penali per il porto di coltelli e per chi li vende a minori.
E’ proprio questo lo “strumento” più usato nelle tante aggressioni che hanno come protagonisti giovani e giovanissimi. L’ultimo dato allarmante arriva da Bolzano dove un dodicenne fabbricava in casa coltelli a scatto con una stampante 3D e li regalava ai compagni di scuola.
Il fenomeno della devianza giovanile non va affrontato solo sul piano della repressione ma sono necessari interventi congiunti e coordinati fra diverse istituzioni, in primis scuole e famiglie, tenendo presente che un ruolo non secondario nella spinta alla violenza lo giocano anche la mancanza di strutture e servizi nei quartieri, la mancanza di opportunità occupazionali, l’esclusione sociale in una società sempre più caratterizzata dalle diseguaglianze , la cultura di una violenza familiare diffusa.
E’ un fenomeno osservato da tempo. Già qualche anno fa ( ottobre 2022) un primo monitoraggio sulle gang giovanili era stato effettuato dal Servizio Analisi Criminale (Dipartimento della Pubblica Sicurezza) in collaborazione con Transcrime (Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano) con una definizione di gang che comprendeva “..un gruppo di tre o più individui, composto in prevalenza da minorenni o giovani con meno di 24 anni, avente una stabilità temporale e coinvolto in attività criminali e devianti, non necessariamente penalmente rilevanti, eventualmente caratterizzato da una struttura organizzativa, simbologie e denominazioni identificative”. Un secondo più recente rapporto ( 2025) del Servizio Analisi Criminale evidenzia come le gang giovanili, aumentate negli ultimi cinque anni, risultino attive nella gran parte delle regioni italiane “con una leggera prevalenza del Centro-Nord rispetto al Sud del Paese” interessando complessivamente 73 province italiane.
Tra i fattori capaci di influenzare la scelta dei ragazzi di aderire a questa gang vengono segnalati i rapporti problematici con le famiglie, con i pari o con il sistema scolastico, le difficoltà di inclusione nel sistema sociale e un contesto di disagio sociale o economico. In rari casi si sono registrati gruppi con una gerarchia definita e tanto meno gang ispirate ad organizzazioni criminali italiane o straniere.
Gli operatori del Servizio Analisi Criminale ( la struttura è a composizione interforze), hanno anche rilevato come nei valori annuali il dato riferibile alle denunce di minori italiani sia sempre stato superiore a quello riferibile ai minori stranieri sino al 2021 ma il rapporto è cambiato nel biennio 2022/2023 con le denunce di minori stranieri che hanno rappresentato, rispettivamente, il 52,37% e il 52,40% del totale. Un contributo importante per la conoscenza del fenomeno in questione è arrivato anche dall’interessante articolo “Baby gang in aumento, dove sbaglia il governo” a firma di Milena Gabanelli e Andrea Priante (Corriere della Sera del 26 gennaio scorso). I minori indagati in carico ai servizi sociali passati dai 20.693 del 2019 ai 23.862 ( di cui 5.524 stranieri) nel 2025, in gran parte accusati di rissa, rapina, lesioni, violenza sessuale, minaccia e anche omicidio. Un fenomeno, sottovalutato per diversi anni, in mutamento che richiede la massima attenzione anche sul piano della prevenzione.




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