Dall'11 marzo al 7 aprile, in collaborazione con MIA Photo Fair BNP Paribas (in corso dal 19 al 22 marzo da Superstudiopiù a Milano) e nell’ambito di MIA OFF, la Galleria di 10 Corso Como a Milano presenta “The New American West: Photography in Conversation”, una riflessione su come l’Ovest americano sia stato costruito, mitizzato e reinventato attraverso la fotografia nell’arco di quasi un secolo. Co-curata da Alessio de’ Navasques, Howard Greenberg e Carrie Scott, la mostra pone la fotografia al centro come strumento sia di documentazione sia di proiezione. Le opere contemporanee di Maryam Eisler e Alexei Riboud sono messe in dialogo diretto con fotografie di Edward Weston, Paul Strand, Diane Arbus, Esther Bubley, Mary Ellen Mark, Robert Adams, Joel Meyerowitz, Lee Friedlander, Wright Morris, Minor White, Allen Ginsberg, Wim Wenders e molti altri. Nel loro insieme, tracciano l’evoluzione dell’Ovest dall’inizio del XX secolo a oggi, rivelando non un’unica narrazione, ma un’idea stratificata e in continua evoluzione, plasmata da ambizione, spaesamento, bellezza e contraddizione. Lo sguardo contemporaneo di Eisler e Riboud riattiva le opere storiche provenienti dall’archivio Greenberg, dimostrando come ancora oggi la dimensione dell’Ovest non sia soltanto un luogo fisico, ma anche uno spazio di pensiero, riflessione e confine. Ne emerge un paesaggio rarefatto e metafisico, osservato attraverso i grandi nomi della fotografia americana, così come attraverso le visioni di fotoreporter e autori di nicchia. Le opere storiche - che spaziano dal modernismo essenziale di Strand e dai paesaggi scultorei di Weston alle osservazioni sociali di Bubley e ai ritratti implacabili di Arbus - non sono trattate come reperti nostalgici, ma come immagini vive che continuano a influenzare l'immaginario occidentale odierno. Il cuore del progetto rimane il viaggio intrapreso nel 2024 da Eisler e Riboud attraverso Texas, New Mexico, Arizona e Utah. Lavorando fianco a fianco ma in modo indipendente, i due artisti hanno fotografato gli stessi territori senza condividere le immagini, producendo risposte visive radicalmente diverse. Il lavoro di Eisler è cinematografico, intuitivo e carico di significato psicologico; quello di Riboud è essenziale, architettonico e contemplativo. Accostate ai capolavori storici, le loro fotografie ribadiscono una premessa centrale della mostra: l’Ovest americano è meno un luogo che una domanda ricorrente, continuamente riscritta da chi lo attraversa. Sulla scia delle acclamate presentazioni presso la sede newyorkese di Pierre Yovanovitch e Sotheby’s Paris, 10 Corso Como porta ora la mostra a Milano, con un allestimento progettato appositamente per la Galleria di 10 Corso Como, che offre una rinnovata profondità e si sviluppa in un rigoroso esame storico-artistico. La mostra riconosce con discrezione che la nostra comprensione dell’America - e degli ideali un tempo proiettati sull’Ovest - sta cambiando in tempo reale. Senza ricorrere a dichiarazioni politiche, “The New American West” riflette su ciò che l’Ovest ha promesso in passato: libertà, opportunità, reinvenzione, ideali spesso costruiti su esclusione e difficoltà. La fotografia diventa il mezzo attraverso cui queste tensioni vengono preservate, analizzate e riviste. (gci)
L’UGANDA ESPOSTA IN FOTO A PISA
L’Uganda vista da un punto di vista inedito: dal 24 gennaio al 15 marzo, Palazzo Blu di Pisa ospita la mostra fotografica “UGANDA: La conoscenza è salute e libertà”. La mostra - a ingresso gratuito - nasce dall’idea di documentare e far conoscere i luoghi e la gente di un’area rurale del Sud Ovest dell’Uganda – la regione di Kyamuhunga – dove sono forti e tangibili la testimonianza e l’impegno umanitario dei missionari e del volontariato cattolico e laico italiano dagli ultimi decenni del ‘900. Le immagini in mostra rappresentano il reportage realizzato da Fabio Muzzi, fotoreporter senese, durante i viaggi compiuti nel settembre del 2024 e del 2025 nei luoghi in cui ha vissuto e operato il padre missionario comboniano Padre Paolino Tomaino (1937–2024). La vita di Padre Paolino è stata guidata da un’idea tanto semplice quanto radicale e visionaria: la scuola e l’istruzione come strumenti di emancipazione, salute e libertà. Il missionario ha dedicato la propria esistenza ai più fragili, ai bambini e agli adolescenti, costruendo scuole, creando luoghi di incontro, accendendo la luce del sapere là dove mancava. La mostra a Palazzo Blu, curata da Alessandro Pingitore, presenta 20 foto e nasce da questa visione, sviluppandosi come un viaggio attraverso strade, villaggi e volti segnati dal passaggio del missionario. Le fotografie non si limitano a documentare luoghi, ma restituiscono le tracce di una presenza, di un’azione silenziosa e concreta che ha fatto dell’istruzione un fondamento di dignità, autonomia e speranza. Ogni immagine è una testimonianza: anche nelle realtà più complesse e difficili è possibile trovare la forza di sorridere, imparare e costruire basi solide per una vita migliore, fondata sulla conoscenza e sulla solidarietà. In occasione della mostra vengono presentate alcune testimonianze visive e documentarie della campagna vaccinale “AGAINST HBV”, avviata nel settembre 2025 presso il St. Daniel Comboni Hospital di Kyamuhunga, struttura sanitaria fondata da Padre Paolino. Il progetto umanitario di vaccinazione, coordinato dalla dottoressa Barbara Coco, epatologa dell’Unità di Epatologia – AOU Pisa, è inserito nel più ampio programma promosso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità ed è finalizzato alla riduzione della trasmissione materno-infantile dell’infezione da virus dell’epatite B, attraverso interventi sanitari concreti e continuativi sul territorio. L’iniziativa è stata resa possibile grazie al sostegno dell’Associazione Dottore Pietro Ciccorossi, fondata in memoria dell’epatologo pisano scomparso prematuramente dieci anni fa. La mostra è realizzata da Palazzo Blu con il sostegno della Fondazione Pisa e con il contributo di numerose istituzioni e donatori privati della città di Pisa. (gci)
ROMA OMAGGIA L’ARTE DI GIANFRANCO NOTARGIACOMO
L’arte di Gianfranco Notargiacomo (Roma, 1945) esposta a Roma: dal 27 gennaio al 15 marzo il Mattatoio presenta la mostra “Notargiacomo in velocità”, promossa da Assessorato alla Cultura di Roma Capitale, Azienda Speciale Palaexpo e Fondazione Mattatoio di Roma – Città delle Arti, realizzata da Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con Associazione Palatina. La mostra nasce da un’idea di Ivana Della Portella, vicepresidente Azienda Speciale Palaexpo con delega al Mattatoio di Roma, ed è a cura di Marco Tonelli. L’esposizione ripercorre la produzione artistica di Gianfranco Notargiacomo dal 1971 ad oggi. Si tratta della prima personale dell’artista di taglio antologico in uno spazio pubblico romano, fatta eccezione per l’installazione Le nostre divergenze (1971) esposta alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma nel 2009. Gianfranco Notargiacomo, laureato in filosofia, esordisce nel 1969 realizzando opere relazionali ante litteram presso la Galleria Arco d’Alibert e prosegue la sua attività nel corso degli anni Settanta esponendo nelle più importanti gallerie romane dell’epoca, come La Tartaruga di Plinio De Martiis e La Salita di Gian Tomaso Liverani. Nel corso della sua carriera sarà inserito, dallo storico dell’arte Flavio Caroli, nel gruppo Magico primario che lo vedrà protagonista negli anni Ottanta della tendenza Neoinformale, sulla scia di Emilio Vedova (suo grande estimatore e amico), parallelamente ad altre correnti quali il Neoespressionismo tedesco. La mostra presso il Padiglione 9a del Mattatoio di Roma apre con l’opera Roma assoluta del 2003, una veduta aerea della città assalita da fulmini e saette che sono il tipico idioletto o segno distintivo dell’artista: un vero e proprio omaggio di Notargiacomo alla Capitale. Il percorso prosegue in modo dinamico (la velocità è una modalità espressiva, tecnica e poetica dell’artista), ripercorrendo il lavoro di Notargiacomo attraverso l’esposizione di alcuni esempi di grandi, monumentali ed eroici cicli pittorici: Tempesta e Assalto del 1980, Il Caos e Giganti del 1995, Pittura Estrema del 1999; gli iconici omìni in pongo colorato dell’installazione Le nostre divergenze del 1971, tre esemplari di grandi Takéte del 1995, sorta di pittura/scultura di matrice futurista e opere come 1945 del 1983, dove la lamiera diventa protagonista, fino alle ultime pitture fluorescenti come Quarantaminuti realizzate dal 2023. Una sezione è dedicata a una serie di documenti fotografici che testimoniano alcuni momenti salienti della carriera dell’artista, le partecipazioni alla Biennale d’Arte di Venezia (1982, 1986, 2011), gli allestimenti presso le gallerie La Tartaruga, Arco d’Alibert e La Salita (anni Settanta e Ottanta), gli incontri con importanti artisti che hanno rappresentato tappe fondamentali per il suo percorso formativo e umano. La mostra sarà accompagnata da un catalogo, edito da Silvana Editoriale, a cura di Marco Tonelli, con apparati di Paola Pallotta e un’antologica di contributi di autori cari all’artista: Flavio Caroli, Arnaldo Colasanti, Luigi Ficacci, Mariastella Margozzi, Giacomo Marramao, Barbara Martusciello, Ada Masoero, Stefano Papetti, Silvia Pegoraro, Federica Pirani e Claudio Strinati. (gci)
“L'ANTOLOGICA DI BOLOGNA, 1965”: QUARTA TAPPA DEDICATA A MATTIA MORENI
Un’occasione per scoprire le opere di Mattia Moreni: dal 30 gennaio al 31 maggio il MAMbo - Museo d'Arte Moderna di Bologna del Settore Musei Civici del Comune di Bologna presenta “L'antologica di Bologna, 1965”, progetto espositivo a cura di Claudio Spadoni e Pasquale Fameli, parte della più ampia antologica “MATTIA MORENI. Dalla formazione a ‘L'ultimo sussulto prima della grande mutazione’”. Promosso da Associazione Mattia, curato da Claudio Spadoni e sviluppato in cinque sedi museali tra la Romagna e Bologna - Bagnacavallo, Forlì, Santa Sofia, Bologna e Ravenna - il grande progetto, il più esteso mai dedicato all'artista, attraversa quarant’anni di ricerca affrontati con un linguaggio in continua mutazione, sempre refrattario a etichette e appartenenze, e rivela al pubblico la forza e l’attualità di una delle voci più originali e irrequiete dell’arte italiana del secondo dopoguerra. La mostra al MAMbo rientra nel programma istituzionale di ART CITY Bologna 2026 (5-8 febbraio), il palinsesto di mostre, eventi e iniziative promosso dal Comune di Bologna con il sostegno di BolognaFiere in occasione di Arte Fiera. L'antologica di Bologna, 1965 riprende e reinterpreta la grande esposizione curata da Francesco Arcangeli negli anni Sessanta alla Galleria d’Arte Moderna della città felsinea (oggi MAMbo), la prima personale dell’artista in un’istituzione pubblica che mette in dialogo la visione di Arcangeli con nuove prospettive sul lavoro di Moreni. (gci)
A TORINO “AUTOMOBILI. UNA STORIA DI INNOVAZIONE CONCETTUALE”
Il Museo Nazionale dell’Automobile di Torino presenta il progetto espositivo “Automobili. Una storia di innovazione concettuale” dell’artista francese Alain Bublex, un percorso che indaga l’automobile come spazio, forma e immaginario, ripercorrendone l’evoluzione dal 1802 a oggi. La mostra riunisce diversi nuclei di lavoro: quarantaquattro opere che combinano testi e immagini e costruiscono una storia dell’automobile attraverso modelli spesso poco noti; due proiezioni video che presentano, da un lato, l’insieme dei disegni tecnici e, dall’altro, una sequenza di disegni naturalistici delle automobili; appunti e schizzi originali realizzati dall’artista durante lo studio; e dieci modelli di automobili in scala 1:10 provenienti dalla Fondation Cartier pour l’art contemporain. Il progetto prende avvio da una commissione della Fondation Cartier pour l’art contemporain che – in occasione della mostra Autophoto (2017) – affida a Bublex la scrittura di un testo sulla storia dell’automobile e sull’evoluzione delle sue forme dal 1802 a oggi. Nel corso di questo lavoro di scrittura prende forma anche l’opera A l’abri du vent et de la pluie (Al riparo dal vento e dalla pioggia), un’installazione composta da una selezione di dieci modelli di automobili in scala 1:10. Le sculture, ridotte all’essenzialità delle forme, non descrivono i modelli nei loro dettagli, ma ne trattengono i caratteri minimi, comunque riconoscibili. La scelta stessa dei modelli è il risultato di quello che l’artista definisce un “vagabondaggio” di idee, di libere associazioni che avvengono durante una conversazione. Ogni modello è un deposito di memoria: un’immagine che riattiva ricordi, sollecita associazioni, apre altri pensieri. È questo movimento non lineare – fatto di ritorni, deviazioni e ipotesi – che struttura il lavoro di Bublex. Immaginando un libro che raccolga tutte le forme automobilistiche non realizzate, l’artista presenta quarantaquattro disegni digitali distribuiti lungo due secoli di progettazione e produzione – accompagnati da due proiezioni video – e realizzati nel corso dello studio che delineano un percorso che attraversa l’idea dell’automobile come “spazio chiuso che ci contiene e ci trasporta”, restituendo il modo in cui questo oggetto ha contribuito a trasformare il nostro sguardo e la nostra idea di mondo. Alain Bublex è un artista francese che lavora tra arte, design e architettura, esplorando i processi di progettazione e le forme della modernità. Attraverso scultura, disegno e scrittura, indaga gli oggetti e gli spazi che hanno modellato l’immaginario contemporaneo, con particolare attenzione all’automobile e ai suoi scenari possibili. L’esposizione è con il patrocinio di Ministero della Cultura, Regione Piemonte e Città di Torino. (gci)
NELLA FOTO. Joel Meyerowitz, Los Angeles, California, 1976, image size 36.8 x 54.9 cm, paper size 50.8 x 61 cm, dye transfer print; printed later.
Courtesy of Howard Greenberg Gallery and the artist




amministrazione