Il Medio Oriente si trova in queste ore sospeso su un filo sottilissimo, teso tra la minaccia della deflagrazione di un catastrofico conflitto regionale e la speranza che i canali diplomatici possano disinnescare una situazione esplosiva. Secondo quanto riportato da Axios, l'amministrazione guidata da Donald Trump avrebbe infatti inviato segnali secondo i quali gli Stati Uniti sarebbero pronti a sedersi al tavolo delle trattative già questa settimana. Non si tratterebbe di un semplice “trucco” tattico per giustificare un’azione bellica imminente, ma di una reale volontà di chiudere un accordo che ponga fine a decenni di ostilità. A testimonianza della concretezza dell'iniziativa, è emerso un ruolo chiave dei mediatori regionali. Turchia, Egitto e Qatar starebbero lavorando freneticamente dietro le quinte per organizzare un incontro ad Ankara tra l'inviato speciale della Casa Bianca, Steve Witkoff, e alti funzionari iraniani. La scelta della capitale turca non è casuale, rappresentando un terreno neutro ma strategicamente vicino a entrambi i contendenti. Tuttavia, questa “apertura” avviene all'ombra di quella che il tycoon ha definito una “imponente armata” navale schierata nel Golfo, attuando una pressione militare che rappresenta il pilastro della strategia di “massima pressione” volta a spingere la repubblica islamica costringere l'Iran a concessioni storiche.
La risposta di Teheran è, come di consueto, sdoppiata tra la retorica del pugno di ferro e il pragmatismo diplomatico. La Guida Suprema, l'Ayatollah Ali Khamenei, ha lanciato un monito gelido attraverso la Tasnim News Agency: “Gli americani devono sapere che se dovessero scatenare una guerra, questa volta sarà una guerra regionale”. Khamenei ha ostentato indifferenza verso il rafforzamento navale statunitense, affermando che il popolo iraniano non si lascerà intimidire dalle minacce di Trump, pur precisando che l'Iran non intende essere l'aggressore. In netto contrasto con i toni bellicosi della Guida Suprema, il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha adottato un approccio più sfumato e possibilista. Il capo della diplomazia iraniana ha ribadito che la guerra non è inevitabile e che Teheran, pur essendo pronta militarmente a un conflitto superiore persino alla “Guerra dei Dodici Giorni”, punta fermamente alla prevenzione. Il nodo centrale, secondo il ministro, resta la “mancanza di fiducia”. “Abbiamo perso la fiducia negli Stati Uniti come partner”, ha ammesso, ma ha sorpreso gli osservatori definendo “realizzabile in breve tempo” un nuovo accordo nucleare che garantisca l'assenza di armi atomiche, purché sia “giusto ed equo”.
Nel frattempo, a Gerusalemme, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu segue l'evolversi della situazione con estrema attenzione. Fonti di Haaretz indicano che il governo dello Stato ebraico ha tenuto riunioni ad alto livello per valutare se un eventuale accordo lampo tra Trump e gli ayatollah possa effettivamente neutralizzare la minaccia iraniana o se rischi di lasciare zone d'ombra pericolose per la sicurezza dello Stato ebraico. La scommessa di Trump sembra chiara: usare la potenza militare come leva per ottenere un successo diplomatico di portata globale prima che la situazione sfugga di mano. La domanda che agita le cancellerie di tutto il mondo è se la diplomazia dei messaggi indiretti, veicolata da Ankara e Doha, sarà sufficiente a colmare il baratro di sfiducia che separa i due nemici storici. Il mondo resta in attesa di capire se la “imponente armata” servirà a firmare una pace duratura o a dare il via a un conflitto che nessuno, a parole, dice di volere. (2 FEB - deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)



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