La fine della tragica vicenda con la morte del piccolo Domenico ha ampliato smisuratamente l'attenzione mediatica sul caso. Il dolore, qualsiasi dolore soprattutto di piccole creature totalmente innocenti viene vissuto in modo lacerante dai diretti interessati, assistiti dalle persone vicine e da un affetto generale, che ancora si accende nella nostra società "materiale", fluida ed egoista. Il male di questo mondo, causato prevalentemente dall'uomo, resta in alcuni casi un mistero anche per chi crede in un Essere superiore.
Tuttavia il rumore e le bufere mediatiche non aiutano, sono riti inutili, se non inducono a riflessioni che purtroppo anche in questo caso non sembrano nemmeno affiorare. L'errore, che sembra essere alla base della tragedia di Domenico, avviene in un ambito sanitario di massima specializzazione e attenzione, il che dovrebbe far riflettere e rinviare a settori della sanità molto meno specialistici. Nella patria dei milioni di Commissari tecnici del calcio si rischia che proliferino anche quelli della sanità. É giunto da anni, dopo il Covid, il momento di smettere di lodare un sistema sanitario come perfetto, pur essendo carente di Medici, di Infermieri, di posti letto e di risorse. Che è schiavo del budget, che prescrive ai responsabili dei reparti ospedalieri, i vecchi primari, funzioni amministrative cui non sono preparati, ma che sottraggono tempo prezioso alla loro competenza specifica, che designa i direttori delle Asl con criteri prevalentemente politici nel senso peggiore del termine, che non li affianca con consigli di amministrazione previsti per legge come in passato negli ospedali e nelle ULSS e come fa ogni azienda efficiente per produrre beni da porre sul mercato con successo.
Si potrebbe continuare nell'elencazione ma forse è arrivato il momento di porre la domanda per eccellenza e discuterla senza pregiudizi, né paure: se non sia il caso di togliere dalle unghie delle Regioni la sanità e riportarla nello Stato centrale, dove era cresciuta ininterrottamente. E guardare anche all'estero, dimenticando l'espressione tipica e banale "non abbiamo nulla da imparare". I Sindaci, che sono la massima autorità sanitaria del territorio, ma non dispongono di poteri in materia, potrebbero prendere qualche iniziativa, perché hanno un potere vero e generale, quello che deriva dalla loro elezione diretta dal popolo, che li rende responsabili totalmente delle loro comunità. Potrebbero porre un ultimatum sulla riorganizzazione della medicina di base e preventiva, come sembrava aver insegnato e reso ineludibile l'esperienza tragica del Covid; potrebbero verificare nei loro territori quante persone si sottopongono ad esempio a cure dentarie necessarie e constaterebbero, se già non lo sanno, che sono una minima parte: chi ha ottime risorse finanziarie. Potrebbero anche visitare in qualsiasi ora del giorno un pronto soccorso. Frasi vuote e populiste come "porre la persona al centro della sanità non sono più accettabili e non incantano più nessuno, perché non vere, perché nella realtà si può ben curare chi ha i soldi, anche se per fortuna la medicina pubblica fa ancora fronte alle infermità più gravi.
La crescita esponenziale della medicina privata é la dimostrazione della gravità della situazione. E dovrebbe anche cessare l'opportunistico sfruttamento mediatico di alcune massime autorità dello Stato che nel caso del piccolo Domenico non hanno saputo tacere: "Speriamo adesso che chi di dovere faccia giustizia sul caso di Domenico", hanno detto, dimenticando di aver combattuto senza quartiere per anni l'obbligatorietà dell'azione penale prevista nell'ordinamento giuridico italiano. Fortunatamente non spetta ancora al potere esecutivo indicare ai magistrati la via migliore per fare giustizia.





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