Su proposta del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il Consiglio dei ministri ha disposto il suo collocamento fuori ruolo alla Presidenza del Consiglio. È l’ultimo passaggio, in ordine di tempo, nel percorso di Elisabetta Mancini, dirigente generale di pubblica sicurezza, chiamata oggi a lavorare nei delicati processi che definiscono l’apparato. Un incarico tecnico, ma tutt’altro che neutro: come consigliere ministeriale presso la Segreteria del Capo della Polizia – Direttore generale della pubblica sicurezza, Mancini si occuperà di coordinamento e raccordo, con particolare attenzione alla rimodulazione dell’assetto organizzativo dell’amministrazione, tenendo insieme esigenze operative e struttura. Arriva a questo ruolo dopo un percorso costruito dentro la Polizia di Stato, tra attività sul campo e funzioni di sistema. Da vicequestore aggiunto ha lavorato nella Polizia Stradale, occupandosi del coordinamento della vigilanza e del controllo delle pattuglie sul territorio. Una dimensione concreta, fatta di gestione quotidiana e decisioni rapide, ma anche di visione organizzativa. Successivamente si è dedicata alla comunicazione istituzionale sui temi della sicurezza stradale, lavorando su campagne di sensibilizzazione e progetti rivolti ai giovani. Nel suo percorso professionale si intrecciano anche esperienze legate alla gestione della sicurezza in grandi eventi: dalla staffetta per Bill Clinton durante il G7 di Napoli nel 1994, al Giro d’Italia del 1998, fino alla scorta alla Fiamma Olimpica nel 2005. Episodi diversi, ma accomunati dalla necessità di tenere insieme organizzazione, prontezza e responsabilità. Dopo la laurea in Giurisprudenza alla Luiss, la scelta del “pubblico” è stata immediata. Il primo fatto è stato quello per funzionario di Polizia, un’amministrazione complessa e coinvolgente che richiede flessibilità e capacità di rinnovarsi rapidamente, perché anche i bisogni di sicurezza cambiano in continuazione. Nel tempo, Mancini ha riflettuto anche sul ruolo delle donne in un ambito ancora segnato da una forte presenza maschile, soprattutto nei vertici. Senza retorica, ma con una posizione chiara: «Polizia, prevenzione, sicurezza, prossimità sono parole al femminile. Molto del nostro lavoro ha a che fare con la gestione delle emozioni, e in questo il contributo delle donne è un valore aggiunto», ha raccontato da vicequestore in un’intervista pubblicata sul sito sul Ministero dell’Interno. Non ignora però le difficoltà. «Il pregiudizio più diffuso è quello che lega le donne alla dimensione familiare, mettendo in dubbio la loro disponibilità. La fatica è dimostrare ogni giorno, con i risultati, che non è così». Il tema dell’equilibrio tra lavoro e vita privata resta una costante. Oggi, con il passaggio alla Presidenza del Consiglio, il suo lavoro si sposta sempre più sul piano strategico. Ma resta una linea di continuità: l’idea che la sicurezza non sia solo controllo, ma capacità di leggere i contesti, costruire relazioni, tenere insieme struttura e persone. Un lavoro che cambia forma, senza cambiare direzione.
(© 9Colonne - citare la fonte)
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