Mentre a Ginevra si consuma il rito dei negoziati tecnici, sul terreno la realtà del conflitto continua a dettare un’agenda di sangue che non concede pause. La notte appena trascorsa ha visto l’ormai consueta aggressione massiccia da parte della Russia contro le retrovie e i centri urbani ucraini, quasi a voler sottolineare che, nonostante i tavoli diplomatici, la forza cinetica resta lo strumento di pressione principale. A Zaporizhia, nel sud del Paese, il bilancio è di almeno sette feriti sotto il fuoco dell'esercito di Mosca; un attacco che ha colpito non solo le persone, ma la sopravvivenza stessa della popolazione civile, lasciando oltre 500 case prive di riscaldamento e danneggiando gravemente 19 edifici. Anche la capitale, Kiev, è tornata a tremare sotto i colpi di un’offensiva che ha innescato incendi in due quartieri e colpito un edificio residenziale di nove piani. Sebbene le informazioni sulle vittime rimangano frammentarie e soggette a drammatici aggiornamenti, la violenza dell'impatto conferma la vulnerabilità dei centri urbani nonostante le difese aeree.
Lo stesso copione si è ripetuto a Kharkiv, la seconda città del Paese, investita da una pioggia di droni e missili che hanno provocato esplosioni a catena, e a Kryvy Rih, dove un anziano di 89 anni è rimasto ferito nel crollo di un edificio colpito. Questa escalation segue la strage avvenuta nella notte tra martedì e ieri dall’altra parte del fronte, quando un attacco di droni ucraini contro l'impianto chimico PJSC Dorogobouj nella regione russa di Smolensk ha causato la morte di sette persone, confermando come la profondità degli attacchi ucraini stia cercando di minare la base industriale bellica di Mosca.
In questo scenario di devastazione reciproca, il dibattito a Ginevra sulle garanzie di sicurezza per l'Ucraina assume una rilevanza vitale. Se l'approccio economico di Kushner e Dmitriev punta a una pace basata sugli investimenti, Kiev sa che nessun piano di ricostruzione potrà reggere senza un'architettura di difesa solida. Il nodo centrale resta l'applicazione di clausole di difesa reciproca che impediscano una ripresa delle ostilità. La delegazione ucraina, guidata da Rustem Umerov, sta spingendo affinché il futuro accordo includa lo schieramento di un contingente internazionale di peacekeeping, composto prevalentemente da truppe europee, per monitorare la linea di contatto.
Tuttavia, il Cremlino mantiene una posizione di netta chiusura su questa ipotesi. Per Mosca, la presenza di soldati stranieri sul suolo ucraino — anche se con compiti di monitoraggio — equivarrebbe a un’integrazione surrettizia di Kiev nella NATO. I negoziatori russi hanno ribadito che l'unica “garanzia” accettabile è la neutralità assoluta del Paese, privata di qualsiasi arma a lungo raggio e svincolata da alleanze militari occidentali. Questa divergenza rischia di bloccare i progressi sui corridoi economici: la Russia non accetta uno scudo militare occidentale, mentre l'Ucraina non accetta una pace che la lasci disarmata di fronte a una potenziale futura aggressione.
La strategia di Donald Trump a Ginevra cerca di scavalcare questo stallo proponendo una “deterrenza per delega”: massicce forniture militari americane che rendano l'Ucraina “indigeribile” per la Russia, senza però un impegno diretto di truppe USA. Ma la reazione del Cremlino a queste proposte è di estrema cautela: Mosca teme che un'Ucraina armata pesantemente, pur se neutrale, resti una minaccia permanente ai propri confini. Di contro, i partner europei, tra cui Francia e Regno Unito, stanno valutando l'invio di addestratori e osservatori permanenti per dare sostanza alle promesse di sicurezza, un'opzione che la Casa Bianca non ha ancora né avallato né smentito. Il destino della crisi ucraina, dunque, oscilla tra la necessità di proteggere le città dai bombardamenti notturni e la complessità di costruire un sistema di difesa che non inneschi una risposta ancora più violenta da parte di Mosca. Se a Ginevra non si troverà una sintesi tra la “neutralità armata” voluta dal Cremlino e le “garanzie reali” pretese da Kiev, il rischio è che la tregua rimanga solo un intervallo tecnico tra un'offensiva e l'altra. (26 FEB – deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)




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