Agenzia Giornalistica
direttore Paolo Pagliaro

RAID IN IRAN, DEVASTATO
IL CENTRO DI TEHERAN

Non si arrestano i raid sull’Iran. Ad essere presa di mira nelle ultime ore è stata soprattutto la capitale, Teheran. L'intensità degli attacchi, per ora soltanto aerei, non ha lasciato scampo a zone centrali storicamente cruciali per la vita sociale ed economica della città, trasformando il volto di aree un tempo brulicanti di attività in scenari di macerie e desolazione. Uno dei colpi più duri è stato inferto a Jomhuri Avenue, arteria vitale per lo shopping e snodo fondamentale della mobilità urbana nel centro della metropoli. Secondo quanto riportato dai media statali iraniani, la distruzione è pressoché totale in diversi tratti della via: non solo le vetrine dei negozi sono state spazzate via, ma intere strutture sono collassate sotto la forza d'urto degli ordigni. Particolarmente colpita è stata la stazione Jami BRT, un punto nevralgico del trasporto pubblico locale, ora ridotta a un cumulo di lamiere e cemento. Il bilancio dei danni materiali è gravissimo e include diverse abitazioni situate in zone prettamente residenziali, cancellate dalla mappa urbana in pochi istanti. Le strade dei quartieri centrali e orientali, solitamente congestionate dal traffico, appaiono ora spettrali e completamente deserte, segno di un esodo forzato o del terrore che tiene i cittadini rintanati nei rifugi. 

L'esercito israeliano ha rivendicato apertamente l'operazione, confermando l'avvio di un'ondata di attacchi su larga scala mirati specificamente a colpire le infrastrutture chiave del regime iraniano. Questa offensiva non sembra essere un episodio isolato, ma parte di una strategia coordinata volta a paralizzare le capacità logistiche e di comando della Repubblica islamica. La risposta di Teheran non si è fatta attendere, almeno sul piano della retorica militare: un portavoce del comando militare Khatam Al Anibya ha rilasciato dichiarazioni bellicose, avvertendo che nei prossimi giorni le azioni contro le posizioni nemiche diventeranno ancora più severe, estese e distruttive, lasciando intendere che la Repubblica Islamica stia preparando una controffensiva di vasta portata.

Parallelamente, il fronte libanese rimane incandescente. Nella terra dei cedri, il crepuscolo ha segnato l'inizio di una nuova ondata di esplosioni che hanno martoriato la periferia sud di Beirut. I raid si sono susseguiti senza sosta fino alle prime luci dell'alba, seguendo la linea tracciata dal comando militare israeliano che aveva annunciato l'intenzione di smantellare sistematicamente le infrastrutture di Hezbollah nella capitale libanese. L'ordine di evacuazione immediata emesso per quasi tutta l'area meridionale di Beirut ha scatenato scene di panico collettivo: migliaia di persone hanno invaso le strade nel tentativo disperato di fuggire, creando ingorghi chilometrici e paralizzando la città mentre il fumo degli incendi iniziava a sollevarsi all'orizzonte.

La tensione ha raggiunto il culmine quando l'Iran ha dichiarato di aver lanciato un attacco ibrido, impiegando una combinazione massiccia di droni suicidi e missili balistici diretti verso il territorio israeliano. In questo contesto di guerra psicologica e cinetica, Hezbollah ha adottato una tattica speculare a quella del nemico: attraverso un comunicato dal tono sarcastico, il gruppo ha intimato ai residenti israeliani situati entro cinque chilometri dal confine settentrionale di abbandonare immediatamente le proprie case. Accompagnando la minaccia con mappe dettagliate degli insediamenti da evacuare, l'organizzazione ha definito tale mossa una risposta diretta all'aggressione contro la sovranità libanese, avvertendo che la distruzione delle infrastrutture civili a Beirut non rimarrà impunita.

L'escalation ha rapidamente coinvolto l'intero scacchiere regionale, mettendo a dura prova le difese aeree di numerosi paesi arabi. In Arabia Saudita, il Ministero della Difesa ha confermato l'intercettazione e la distruzione di tre missili balistici che puntavano direttamente verso la base aerea Prince Sultan, un obiettivo di enorme valore strategico. Anche il Bahrein è finito sotto tiro: nella capitale Manama, un hotel e due edifici residenziali sono stati colpiti, innescando incendi che hanno richiesto ore di lavoro per essere domati. La geografia del conflitto si è estesa ulteriormente verso il Qatar, dove le batterie di difesa hanno dovuto neutralizzare un attacco di droni contro la base di Al-Udeid, la più importante installazione militare statunitense nella regione.

Situazione critica anche in Kuwait e negli Emirati Arabi Uniti. L'esercito kuwaitiano ha riferito di aver ingaggiato molteplici minacce missilistiche e droni che avevano violato lo spazio aereo nazionale; sebbene non si siano registrati feriti, la caduta di detriti metallici ha causato danni ai veicoli civili, aumentando la percezione di insicurezza. Negli Emirati, le sirene d'allarme hanno risuonato intorno all'una di notte, costringendo le difese aeree a intervenire contro ordigni provenienti dalla direzione dell'Iran. La sensazione generale è quella di un conflitto che non conosce più confini, dove ogni nazione dell'area è potenzialmente nel mirino di uno dei due schieramenti.

Da Washington, il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha cercato di rassicurare l'opinione pubblica e gli alleati circa la tenuta dell'arsenale americano. Nonostante le forze degli Stati Uniti siano impegnate in attacchi diretti contro l'Iran per il sesto giorno consecutivo, Hegseth ha smentito categoricamente qualsiasi ipotesi di carenza di munizioni. Ha sottolineato che le scorte strategiche, sia offensive che difensive, sono sufficienti a sostenere la campagna militare per tutto il tempo necessario, nonostante l'assenza di una chiara rendicontazione pubblica sugli obiettivi finali della missione o su cosa verrebbe considerato una "vittoria" definitiva.

A fornire dettagli tecnici sull'andamento delle operazioni è stato l'ammiraglio Brad Cooper, a capo delle forze USA in Medio Oriente. Cooper ha dipinto un quadro ottimistico sull'efficacia degli attacchi americani, sostenendo che la capacità di lancio missilistica iraniana è crollata del 90% rispetto all'inizio delle ostilità, mentre l'uso dei droni sarebbe diminuito dell'83%. Tuttavia, la pericolosità dei sistemi iraniani resta concreta, come dimostrato dalla morte di sei soldati americani avvenuta domenica scorsa in Kuwait a causa di un drone. Hegseth ha spiegato che l'Iran starebbe commettendo un errore di valutazione pesantissimo nel pensare di poter “sfiancare” gli Stati Uniti con attacchi continui, assicurando invece che Washington non si lascerà intimidire e continuerà l'offensiva finché necessario.

Il costo economico e logistico di questa guerra è però esorbitante. Ogni missile impiegato per le intercettazioni o per i raid costa milioni di dollari e richiede tempi di produzione che si misurano in anni. Per far fronte a questa necessità, il Pentagono ha accelerato i contratti con colossi come Lockheed Martin e ha beneficiato di un massiccio aumento dei fondi — circa 25 miliardi di dollari — stanziati dal Congresso per il 2025. Negli ultimi tre giorni, la potenza di fuoco aerea degli Stati Uniti si è abbattuta su circa 200 obiettivi sensibili nel cuore dell'Iran, inclusi siti strategici situati nelle immediate vicinanze della capitale Teheran.

L'apice dell'offensiva tecnologica è stato raggiunto ieri, quando i bombardieri stealth B-2 Spirit hanno sorvolato il territorio iraniano sganciando decine di munizioni penetranti da 2.000 libbre. Questi ordigni, noti come “bunker buster”, sono stati progettati specificamente per annientare i lanciatori di missili balistici situati in profondità nel sottosuolo. L'obiettivo primario di questi attacchi è distruggere le strutture sotterranee ultra-rinforzate che il regime di Teheran ha costruito meticolosamente nel corso di decenni per proteggere le sue armi più sofisticate, cercando di privare il Paese della sua capacità di rappresaglia a lungo raggio in un colpo solo. (6 MAR – deg)

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