Agenzia Giornalistica
direttore Paolo Pagliaro

ADESSO IL RISCHIO
E’ LA RECESSIONE

ADESSO IL RISCHIO <BR> E’ LA RECESSIONE

L'improvvisa fiammata delle quotazioni del gas al TTF di Amsterdam, il mercato di riferimento per lo scambio del gas naturale in Europa, che ha registrato balzi superiori al 50%, si sta traducendo in una minaccia immediata per la tenuta del sistema industriale italiano. Essendo il nostro uno dei paesi europei con la maggiore dipendenza dal gas naturale per la produzione di energia elettrica e per i processi termici industriali, l'aumento dei prezzi alla borsa olandese impatta direttamente sulle bollette delle imprese. I settori cosiddetti “energivori” — come la siderurgia, la produzione di vetro, ceramica e carta — si trovano a dover fronteggiare costi di produzione insostenibili, che rischiano di portare a fermi tecnici preventivi per evitare di produrre in perdita. Molte aziende, che avevano appena iniziato a recuperare margini dopo le crisi degli anni precedenti, vedono ora svanire la propria competitività sui mercati internazionali a causa di un differenziale di costo energetico sempre più marcato rispetto ai concorrenti extra-europei.

IL RISCHIO APPROVVIGIONAMENTO PER IL GNL E LA SICUREZZA NAZIONALE. La dichiarazione di “forza maggiore” da parte di QatarEnergy rappresenta un colpo durissimo per la strategia di diversificazione energetica italiana. Il Qatar è storicamente uno dei principali fornitori di gas naturale liquefatto per l'Italia, garantendo una quota significativa delle importazioni che alimentano i rigassificatori di Rovigo, Livorno e Piombino. Con il blocco delle spedizioni da Ras Laffan, il sistema energetico nazionale perde un pilastro fondamentale proprio mentre cerca di affrancarsi definitivamente da altre dipendenze geografiche. Sebbene gli stoccaggi nazionali siano attualmente su livelli di sicurezza, il prolungarsi delle ostilità nel Golfo costringerà le imprese italiane a cercare forniture alternative sul mercato “spot”, dove la competizione con i colossi asiatici per accaparrarsi i carichi disponibili farà lievitare ulteriormente i prezzi, drenando liquidità preziosa dai bilanci aziendali.

LA PARALISI DELLA LOGISTICA E L'AUMENTO DEI COSTI DI TRASPORTO. Non è solo il costo della materia prima a preoccupare il tessuto imprenditoriale italiano, ma anche il collasso delle rotte marittime. La quasi totale chiusura dello Stretto di Hormuz e l'instabilità delle rotte mediorientali stanno colpendo duramente l'export “Made in Italy” verso i mercati asiatici. Le navi cargo sono costrette a circumnavigare l'Africa, raddoppiando i tempi di percorrenza e triplicando i costi dei noli marittimi e delle assicurazioni contro i rischi bellici. Per le imprese italiane della meccanica strumentale e dell'automotive, questo significa ritardi critici nella consegna dei macchinari e un aumento dei prezzi dei componenti importati, alimentando una spirale inflattiva che rischia di comprimere i consumi interni e frenare gli investimenti in innovazione previsti per l'anno in corso.

L'EFFETTO DOMINO SUI SETTORI CHIMICO E AGROALIMENTARE. Infine, le ripercussioni si stanno estendendo con rapidità ai settori chimico e agroalimentare, pilastri dell'economia nazionale. L'aumento del 40% del prezzo dell'urea e dei derivati del gas naturale mette sotto pressione l'intera filiera agricola italiana, che deve affrontare rincari immediati per i fertilizzanti proprio all'inizio della stagione delle semine. Parallelamente, l'industria chimica italiana, che utilizza il gas come materia prima e non solo come combustibile, vede compromessa la produzione di polimeri e intermedi essenziali per migliaia di altre piccole e medie imprese. Il rischio concreto è quello di una reazione a catena che, partendo dal Golfo Persico, finisca per colpire ogni anello della catena del valore italiana, trasformando una crisi geopolitica in una recessione industriale profonda e difficile da arginare senza interventi governativi d'emergenza. (19 MAR – deg)

(© 9Colonne - citare la fonte)