L'amministrazione della giustizia é un argomento che ha attraversato la vita collettiva dell'uomo da sempre. Con qualche aneddoto clamoroso come quello di Salomone, il saggio per antonomasia, che risolve il caso delle due donne che si contendono un bambino, proponendo di dividerlo con una spada, svelando la madre vera. Senofonte nel V sec. a. C. afferma che la giustizia é una rete che trattiene mosche e moscerini, ma non vespe e mosconi. Un mugnaio tedesco spera in un giudice a Berlino contro i soprusi del re. I Romani per primi hanno organizzato il diritto scritto. Fino al veronese Fabio Dal Corobbo, che nel suo giallo Lisia, Eufileto e il processo per l'uccisione di Eratostene informa che in Atene, la democratica, non esistevano nel IV secolo leggi scritte e che i giudici venivano tirati a sorte fra tutti i cittadini.
In Italia - ritenuta patria del diritto - il problema é acuto da sempre, soprattutto da quando un politico ritenuto innovatore ha ingaggiato una battaglia contro i giudici, tentando addirittura di mettere il suo avvocato di fiducia a capo del ministero della giustizia. In questa settimana ci sará l'esito di un referendum popolare, dove vincerá chi prenderá un voto in piú qualunque sia la percentuale degli elettori partecipanti domenica 22 marzo e lunedi 23. Un quesito mal proposto, peggio discusso e trasformatosi in un test sul governo e la sua maggioranza. Che ha una colpa grave: aver proposto una legge di riforma blindata, anziché cercare in Parlamento la soluzione di alcuni problemi, una legge che prevede la modifica di ben 7 articoli della Costituzione. É a tutti chiaro che il referendum non risolverá il problema fondamentale, la lunghezza/lungaggine dei processi, che tutti condannano ma cui molti si affidano nella speranza della prescrizione; ma nemmeno quella della moralitá dei giudici, che come in tutte le professioni, ha la sua sorgente nella coscienza personale.
La discussione cui si é assistito non solo ha confermato che l'argomento avrebbe avuto la sua sede ragionevole nel Parlamento, ma anche offerto spunti per una sdegnata astensione dal voto, visto che qualche magistrato ha definito la propria categoria come un plotone di esecuzione e come un insieme di cui liberarsi. Il nostro Parlamento purtroppo non solo non presenta, almeno da quanto si legge sui giornali, alcuna qualitá superiore a quella dei giudici, e il raffronto con i Padri costituenti non é nemmeno proponibile. Tuttavia proprio la Costituzione prevede che i due terzi del Parlamento possa modificarne gli articoli. Non essendo la stragrande maggioranza degli elettori in grado di formulare un giudizio tecnico sulla riforma, l'unico giudizio che gli Italiani possono in coscienza esprimere é politico. Alla luce dei dibattiti avvenuti si potrebbe sintetizzare il quesito conclusivo cosí: se si vuole una magistratura collaborante nella realizzazione dei fini che persegue il governo pro tempore, il voto sará Sí. Se si vuole una magistratura autonoma e indipendente che interpreta e applica le leggi nello spirito dei principi generali contenuti nella nostra Costituzione, il voto sará No. Con il governo pro tempore attuale, che é teso a una concentrazionbe dei poteri, vedi premierato, che oscura il parlamento, interpellato solo quando dovuto, l'insofferenza nei confronti delle sentenze ritenute ostili solo perché contrarie ai propri disegni politici fino a coartare la veritá come nel caso del recente dissequestro di una nave ONG, l'esortazione del ministro della giustizia all'opposizione ad associarsi alla riforma, perché utile anche a lei quando sará al governo, ecco, di fronte a tutto questo é necessario in coscienza votare No. È imperativo categorico ( Immanuel Kant)





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