La notte appena trascorsa ha segnato un punto di svolta tattico nell’operazione aeronavale condotta dall’alleanza israelo-americana contro la Repubblica Islamica. A partire dalle prime ore di oggi, le forze israeliane hanno infatti dato il via a una serie di raid definiti “vasti e sistematici” sul centro di Isfahan, hub nevralgico non solo per il programma nucleare, ma anche per la produzione missilistica iraniana. Rispetto alle sortite della settimana scorsa, gli attacchi odierni mostrano un incremento nel numero di vettori utilizzati e nella precisione dei bersagli: non più solo infrastrutture periferiche, ma centri di comando e controllo situati nel cuore delle aree industriali militari. L’annuncio dello Stato ebraico sottolinea che gli attacchi stanno “aumentando in numero e intensità”, una frase che, letta tra le righe della dottrina militare dell’esercito con la Stella di Savid, suggerisce la volontà di saturare le difese aeree iraniane prima di un’eventuale operazione di terra o di un colpo definitivo ai siti sotterranei. Sebbene la narrazione ufficiale parli di “obiettivi militari mirati”, l'ampiezza delle esplosioni segnalate dai residenti di Isfahan indica un tentativo di disarticolare la catena di approvvigionamento logistico che alimenta i proxy regionali.
ISRAELE, IRON DOME IN DIFFICOLTÀ. Mentre i cieli iraniani venivano illuminati dai bagliori delle contraeree, il territorio israeliano ha subito una nuova ondata di ritorsione. Nella notte tra ieri e oggi, il lancio di missili balistici e droni da parte di Teheran ha messo a dura prova il sistema Iron Dome, con esiti preoccupanti per la sicurezza civile. Nel centro di Israele si sono registrati diversi feriti a causa di impatti che, secondo le prime rilevazioni, sarebbero stati causati da munizioni a grappolo. L’episodio più grave è avvenuto nella città di Kfar Qasim, a est di Tel Aviv, dove tre persone sono rimaste ferite. Il servizio medico di emergenza israeliano ha confermato l'invio di personale nelle zone colpite, mentre le autorità locali invitano la popolazione a non abbandonare i rifugi. L'uso di munizioni a grappolo, se confermato, rappresenterebbe un salto di qualità nella ferocia della risposta iraniana, finalizzato a massimizzare il danno sulle aree densamente popolate e a colmare il divario tecnologico con la precisione chirurgica degli attacchi alleati.
STALLO DIPLOMATICO. Sul piano politico, la giornata di ieri è stata dominata dalle dichiarazioni provenienti dalla Casa Bianca, impegnata in un funambolismo verbale teso a mantenere viva la speranza di un accordo senza però cedere sul piano della pressione militare. La portavoce Karoline Leavitt ha confermato che i colloqui con Teheran stanno procedendo “a ritmo sostenuto”, nonostante il governo iraniano non abbia ancora accettato il piano in 15 punti presentato lunedì da Donald Trump. “I colloqui proseguono. Sono produttivi, come ha affermato il presidente lunedì, e continuano ad esserlo”, ha dichiarato la Leavitt nella notte italiana, respingendo le voci di un punto morto nei negoziati. Tuttavia, l’ambiguità dell’amministrazione emerge prepotentemente quando si affronta il tema della nuova leadership iraniana. Se da un lato Washington sta lavorando per organizzare un vertice risolutivo in Pakistan, dall'altro continua a soffiare sul fuoco del collasso istituzionale iraniano. Leavitt ha infatti difeso le affermazioni di Trump riguardanti un presunto “cambio di regime” che, a detta di Washington, sarebbe già avvenuto: “Tutta la loro leadership è stata sterminata e nessuno ha mai visto o sentito parlare di questo presunto nuovo leader. C'è stato un cambio di leadership, intendo dire, di leadership del regime, come ha affermato il presidente”. Va da sé che una simile retorica appaia più come un’operazione di guerra psicologica che come una constatazione fattuale. Affermare che i negoziatori iraniani abbiano “paura di dire che vogliono l'accordo per timore di essere uccisi dalla loro gente” non può che confermare la lettura secondo cui l’amministrazione statunitense abbia un urgente necessità di giustificare la lentezza dei progressi diplomatici davanti a un elettorato sempre più scettico.
LA RISPOSTA DI TEHERAN E LA CRISI DI CONSENSO DI TRUMP. La replica iraniana non si è fatta attendere. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, pur riconoscendo lo scambio di messaggi tramite mediatori avvenuto tra ieri e le prime ore di oggi, ha interpretato il cambio di tono statunitense non come un’apertura, ma come un’ammissione di debolezza. Per Araghchi, il passaggio dalle richieste di “resa incondizionata” alla proposta di un piano articolato equivale al riconoscimento del fallimento della strategia di massima pressione militare. Dietro questa fermezza iraniana si cela la consapevolezza della fragilità politica interna di Donald Trump. Giunti al ventisettesimo giorno di guerra, i sondaggi indicano un calo costante per il Presidente, il cui gradimento si attesta ora attorno al 36%. L’opinione pubblica americana, pur sostenendo inizialmente la risposta all'Iran, sembra temere un nuovo conflitto lungo e costoso, un fattore che Teheran sta cercando di sfruttare per ottenere concessioni migliori al tavolo delle trattative.
LA “GUERRA DEI CIELI” E IL COINVOLGIMENTO DEI PAESI DEL GOLFO. L’allargamento del conflitto è testimoniato dal coinvolgimento sempre più attivo delle monarchie del Golfo. Bahrein, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita hanno segnalato di aver intercettato, tra la serata di ieri e la mattinata di oggi, un numero crescente di droni e missili diretti verso obiettivi sensibili. Questo attivismo difensivo indica che lo spazio aereo regionale è ormai un unico campo di battaglia, dove la neutralità formale dei paesi arabi si scontra con la necessità cinetica di abbattere vettori iraniani che sorvolano i loro territori. Contemporaneamente, il fronte settentrionale resta incandescente. Hezbollah ha dichiarato che i propri combattenti continuano a scontrarsi con le truppe israeliane nel sud del Libano. Nella giornata di ieri, mercoledì, un altro soldato israeliano è rimasto “gravemente ferito” durante i combattimenti ravvicinati. La resilienza della milizia sciita, nonostante le perdite subite, suggerisce che l’Iran stia utilizzando il fronte libanese per distogliere risorse e attenzione israeliana dal cuore del territorio iraniano.
PACE ARMATA O RESA MASCHERATA? Leggendo tra le righe delle dichiarazioni ufficiali, emerge una discrepanza fondamentale. Washington parla di “colloqui produttivi”, ma la Leavitt si rifiuta di fornire i dettagli della proposta americana perché “non entreremo nei dettagli più minuziosi”. Questo riserbo, unito alla narrazione del “leader fantasma” in Iran, suggerisce che il dialogo non sia tra stati sovrani, ma tra un’amministrazione americana che cerca una via d'uscita onorevole e un apparato militare iraniano che sta cercando di capire chi abbia effettivamente le redini del comando dopo la decapitazione dei vertici avvenuti nelle prime fasi del conflitto. Il Pakistan, scelto come possibile sede per l'incontro, rappresenta un terreno neutro ma ambiguo, capace di offrire garanzie di sicurezza a entrambe le parti. Tuttavia, finché Israele continuerà a colpire Isfahan con l'intensità mostrata oggi, ogni sforzo diplomatico rischia di essere percepito da Teheran solo come un diversivo per permettere agli alleati di ricaricare gli arsenali. La guerra, nel suo ventisettesimo giorno, sembra aver imboccato una fase di inerzia violenta dove la diplomazia non corre più velocemente dei missili. (26 MAR – deg)
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