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direttore Paolo Pagliaro

VERSO UNA FRATTURA
TRA USA E ISRAELE?

VERSO UNA FRATTURA <BR> TRA USA E ISRAELE?

Mentre i canali diplomatici tra Washington e Islamabad si infittiscono, la postura di Israele rimane improntata a una fredda determinazione militare, segnata da un evidente scetticismo nei confronti delle aperture di Donald Trump. Nella notte tra ieri e oggi, il governo di Benjamin Netanyahu ha inviato segnali inequivocabili: la diplomazia non fermerà, per ora, il braccio armato dello Stato ebraico.

LA DOTTRINA DELLA "LIBERTÀ D'AZIONE" E IL TIMORE DEL COMPROMESSO. La reazione ufficiale di Gerusalemme al piano in 15 punti trapelato nelle ultime ore è un mix di cautela formale e fermezza operativa. Benjamin Netanyahu, pur mantenendo un canale aperto con la Casa Bianca, ha ribadito ieri che la “campagna globale contro l'Iran” rimane “in pieno svolgimento”. Dietro queste parole si legge il timore che un accordo affrettato, spinto dalla necessità di Trump di risalire nei sondaggi, possa lasciare intatte le capacità residue del programma nucleare e missilistico di Teheran. Fonti del gabinetto di sicurezza israeliano hanno espresso “preoccupazione” per il fatto che il presidente americano possa accettare un'intesa che non serva pienamente gli interessi di sicurezza di Israele. La posizione di Gerusalemme è chiara: qualsiasi cessate il fuoco deve includere non solo il disarmo nucleare, ma anche lo smantellamento totale delle capacità balistiche e dei proxy regionali, punti che l'Iran ha già definito “irricevibili”. Un alto consigliere per la politica estera di Netanyahu ha commentato laconicamente le notizie sui colloqui affermando che “l'Iran mente sempre”.

L'ESCALATION SU ISFAHAN E LA SFIDA AI NEGOZIATI. L'intensità dei raid su Isfahan di oggi non è solo una necessità tattica, ma un messaggio politico rivolto tanto a Teheran quanto a Washington. Colpendo duramente i centri di ricerca e produzione militare mentre sono in corso i contatti in Pakistan, Israele riafferma la propria indipendenza strategica. Il messaggio è sottile ma potente: Gerusalemme non si considera vincolata da intese preliminari a cui non partecipa direttamente. L’Ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, Danny Danon, ha chiarito questo punto ieri sera, dichiarando che Israele “non fa parte dei colloqui USA-Iran” e che le operazioni militari continueranno “finché le capacità nucleari e missilistiche dell'Iran non saranno eliminate”. Questa divergenza tra i due alleati suggerisce che, mentre gli Stati Uniti cercano un'uscita diplomatica, Israele è ancora concentrato sul raggiungimento della “vittoria totale” attraverso la distruzione delle infrastrutture nemiche.

IL FRONTE LIBANESE E LA “ZONA DI SICUREZZA”. Parallelamente all'offensiva in Iran, Israele sta accelerando la ridefinizione dei confini settentrionali. Il ministro della Difesa ha annunciato ieri l'intenzione di espandere il controllo territoriale nel sud del Libano, creando una “zona di sicurezza” che si estende per circa 30 chilometri oltre il confine. L'obiettivo dichiarato è l'allontanamento definitivo di Hezbollah, una condizione che Israele pone come prioritaria rispetto a qualsiasi schema di pace regionale. Questa determinazione si scontra con la realtà dei combattimenti: il ferimento grave di un soldato israeliano avvenuto ieri nel sud del Libano testimonia la resistenza accanita delle milizie sciite. Per Gerusalemme, la “sicurezza vitale” non è negoziabile a Islamabad, ma si costruisce sul terreno, un pilastro della retorica di Netanyahu che continua a ripetere: “Salvaguarderemo i nostri interessi vitali in ogni circostanza”.

SI ALLARGA LA FAGLIA TRA TRUMP E NETANYAHU. Analizzando il sottotesto delle ultime dichiarazioni delle leadership israeliana e statunitense, emerge una faglia crescente tra l'approccio transazionale di Trump e quello esistenziale di Netanyahu. Il presidente americano, pressato da un gradimento al 36%, ha estremo bisogno di un “grande accordo” da sbandierare all'elettorato. Al contrario, Netanyahu vede in questo conflitto l'opportunità storica di eliminare definitivamente la minaccia iraniana. La “sorpresa” manifestata da alcuni funzionari israeliani di fronte ai dettagli del piano in 15 punti suggerisce che Washington stia procedendo con una velocità che scavalca i tempi di consultazione abituali. Israele teme che le concessioni americane — come l'eventuale allentamento delle sanzioni in cambio di una pausa nell'arricchimento dell'uranio — possano tradursi in una boccata d'ossigeno per un regime che Gerusalemme considera sull'orlo del collasso. (26 MAR – deg)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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