di Paolo Pagliaro
Il dato diffuso oggi da Gimbe è sconfortante: solo il 44% degli italiani ha autorizzato i propri medici a consultare il Fascicolo Sanitario Elettronico. Il divario tra le regioni è abissale: si passa dal 2% in Abruzzo e Calabria al 92% in Emilia-Romagna. È una situazione paradossale, visto che il 95% dei medici di medicina generale accede regolarmente al FSE, segno che lo strumento funziona e che i professionisti lo reputano utile. Ma il paziente — che sarebbe il destinatario finale, il beneficiario diretto — si tira indietro. In quasi tutti i paesi europei il fascicolo elettronico è diventato infrastruttura sociale normale, non oggetto di sospetto. Ovunque l'accesso ai propri dati sanitari è considerato un diritto ovvio, non una scelta da valutare con cautela.
La disomogeneità italiana non è solo un'anomalia statistica: rischia di trasformarsi in una nuova forma di esclusione sanitaria. Un cittadino campano che non ha dato il consenso e che si sposta a Bologna per curarsi è un paziente quasi anonimo per chi lo visita. La continuità delle cure — uno dei grandi obiettivi della medicina moderna — si interrompe per un clic che non è mai stato fatto.
Le cause sono molteplici e si intrecciano: analfabetismo digitale, sfiducia storica nelle istituzioni (più acuta al Sud), comunicazione pubblica carente, e un sistema che ha scelto l'opt-in — cioè il consenso esplicito — invece dell'opt-out, modalità che nei paesi nordici ha prodotto tassi di adesione enormemente più alti. Eppure, al netto delle scelte architetturali del sistema, resta una responsabilità collettiva difficile da eludere. Il fascicolo offre fino a 45 servizi digitali: dalla prenotazione di visite alla consultazione delle liste d'attesa, dal pagamento dei ticket alla scelta del medico di famiglia. Consente al medico ospedaliero di conoscere diagnosi effettuate e terapie prescritte dal medico di base. E viceversa. Rinunciarvi per paura — spesso alimentata da informazioni distorte sulla privacy — significa rinunciare a strumenti che migliorano concretamente la qualità delle cure ricevute. Questa volta non è colpa dello Stato: ci facciamo del male da soli.
(© 9Colonne - citare la fonte)





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