Addio sogni di gloria, episodio tre. Il risveglio di stamane è il più amaro che il calcio italiano potesse immaginare, una sgradevole sensazione di déjà-vu che si trasforma in un incubo a occhi aperti. Per la terza volta consecutiva, l’Italia non prenderà parte alla fase finale dei Mondiali, scrivendo una delle pagine più buie e ingloriose della sua intera storia sportiva. Il brutto è che non si tratta di un pesce d’aprile: quello che doveva essere il torneo del riscatto, l’appuntamento per riprenderci un posto al tavolo delle grandi dopo dodici anni di assenza, si è trasformato nell’ennesimo naufragio collettivo. Non è più un incidente di percorso, né una semplice questione di sfortuna: è il segno tangibile di un declino che sembra non conoscere fine, un flop sistemico che condanna un’altra generazione di tifosi a guardare il palcoscenico più importante del mondo da semplici spettatori, ancora una volta orfani della maglia azzurra.
La partita di ieri sera a Zenica è stata lo specchio fedele di questa crisi d’identità, conclusasi con un drammatico 1-1 trasformatosi in una disfatta ai calci di rigore, dove la Bosnia si è imposta per 5-2 complessivo. In uno stadio ribollente di passione, l’Italia è scesa in campo contratta, quasi schiacciata dal peso di una responsabilità apparsa fin da subito troppo grande. La cronaca dell'incontro ha vissuto il suo primo sussulto proprio al quattordicesimo minuto, quando Moise Kean ha illuso tutti portando l'Italia in vantaggio con una zampata sottomisura nata da uno svarione della difesa balcanica. Solo un minuto dopo, al quindicesimo, una splendida spizzata di testa su calcio d'angolo di Alessandro Bastoni ha visto il pallone infrangersi contro l'incrocio dei pali, strozzando in gola l'urlo del raddoppio azzurro che avrebbe probabilmente cambiato la storia del match.
Il destino ha però presentato il conto proprio a Bastoni che, al trentottesimo del primo tempo, è stato espulso per un fallo da ultimo uomo dopo un pasticcio difensivo, lasciando la squadra in dieci per oltre un'ora di gioco. Nonostante l'inferiorità numerica, l'Italia ha cercato di resistere eroicamente, ma al settantanovesimo è arrivata la doccia gelata: Haris Tabakovic ha trovato il pareggio che ha trascinato la sfida ai supplementari. Qui, un intervento clamoroso del portiere Vasilj su colpo di testa a botta sicura di Pio Esposito ha negato agli azzurri il nuovo sorpasso. La lotteria dei rigori è stata infine fatale: gli errori dal dischetto di Pio Esposito e Bryan Cristante hanno spalancato le porte del Mondiale alla Bosnia, condannando l'Italia al terzo fallimento consecutivo.
Negli spogliatoi, l'atmosfera era quella di un funerale sportivo. Gennaro Gattuso si è presentato ai microfoni con il volto scavato dalla tensione e la voce rotta dalla commozione, finendo in lacrime davanti alle telecamere. Il tecnico non ha cercato scuse, parlando apertamente di un fallimento personale e collettivo di proporzioni storiche. “Chiedo scusa a tutti gli italiani, è una mazzata enorme e un'ingiustizia sportiva, ma la responsabilità principale è mia”, ha dichiarato amaramente. Gattuso ha ammesso che la squadra è arrivata all'appuntamento decisivo con le gambe tremanti, incapace di gestire la pressione nei momenti chiave, sottolineando come il cuore messo in campo dai ragazzi non sia bastato a compensare la mancanza di freddezza.
Anche i protagonisti in campo hanno espresso tutto il loro dolore, faticando a trovare una spiegazione logica a quanto accaduto ieri. Molti senatori del gruppo, visibilmente distrutti, hanno parlato di una ferita che non si rimarginerà facilmente, definendo l'eliminazione come il punto più basso della loro carriera professionale. Del resto, questo triplice blackout mondiale rappresenta una macchia indelebile che nessuna vittoria futura potrà mai cancellare del tutto dal cuore dei tifosi. Ora si apre il tempo dei processi, delle analisi tecniche e “politiche” e, inevitabilmente, delle riflessioni sul futuro del calcio italiano. Non si può più far finta che si tratti di episodi isolati; tre esclusioni mondiali di fila sono la prova di un sistema che ha smesso di funzionare e che necessita di riforme radicali, partendo dai settori giovanili fino ai vertici federali. Mentre il resto del mondo si prepara alla grande festa del 2026, l'Italia rimane ancora una volta al buio, chiusa in un silenzio assordante che parla di mediocrità e di una gloria passata che appare ormai sempre più lontana e irraggiungibile. (1 APR – deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)




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