Nel trentacinquesimo giorno di ostilità tra l’asse israelo-americano e l’Iran, l’attenzione della comunità internazionale è sempre più rivolta verso lo Stretto di Hormuz, l’arteria vitale attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale e una quota massiccia del gas naturale liquefatto (GNL). La minaccia di un blocco totale, alimentata dalla sopravvivenza di gran parte dell’arsenale missilistico costiero iraniano, ha trasformato questo snodo geografico nel principale innesco di una possibile catastrofe economica globale. Un’interruzione prolungata del transito non significherebbe solo un’impennata dei prezzi del greggio oltre soglie mai esplorate, ma determinerebbe un effetto domino sulle catene di approvvigionamento industriali, portando a una paralisi energetica che colpirebbe in modo asimmetrico l’Europa e l’Asia rispetto agli Stati Uniti.
In questo scenario di estrema fragilità, le ultime 14 ore hanno visto un’accelerazione diplomatica senza precedenti presso il Palazzo di Vetro. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è chiamato a votare proprio oggi una proposta di risoluzione presentata dal Bahrein. Il testo punta ad autorizzare gli Stati membri a utilizzare “tutti i mezzi difensivi necessari” per garantire la libera navigazione e proteggere il naviglio mercantile dalle minacce asimmetriche e balistiche nel braccio di mare che separa la penisola arabica dalle coste iraniane. La terminologia utilizzata, sebbene formalmente incentrata sulla “difesa”, apre spazi di manovra legale per operazioni militari di scorta attiva e sorveglianza armata che potrebbero mutare radicalmente la postura delle marine internazionali nell'area.
LA DIPLOMAZIA DEL GOLFO E I GRANDI ATTORI: L'ASSE RIAD-MOSCA-PECHINO. Il ruolo del Bahrein nella presentazione della bozza non è casuale, agendo come portavoce delle preoccupazioni delle monarchie del Golfo. Il Ministro degli Esteri di Manama ha chiarito che le discussioni in corso sulla risoluzione mirano esclusivamente a “salvaguardare il commercio globale e a prevenire interruzioni in una delle rotte marittime più importanti al mondo”. Dietro questa dichiarazione di intenti si cela tuttavia un intenso lavorio diplomatico condotto dall'Arabia Saudita. Secondo quanto riferito da fonti governative della regione, il principe ereditario Mohammed bin Salman avrebbe avuto colloqui diretti con il presidente russo Vladimir Putin.
L’esito di questi contatti suggerisce una spaccatura nel fronte dei tradizionali sostenitori dell’Iran: le aspettative sono che la Russia non eserciterà il proprio diritto di veto per bloccare la risoluzione. Parallelamente, il principe ereditario è atteso a colloqui con alti funzionari “competenti” a Pechino, con la previsione che anche la Cina, principale acquirente del greggio che transita da Hormuz, possa optare per un’astensione benevola o un voto favorevole. Questa convergenza tattica tra Riad, Mosca e Pechino indica che la stabilità dei mercati energetici ha superato, nel calcolo degli interessi nazionali, la solidarietà politica con Teheran, lasciando la Repubblica Islamica isolata sul piano della legittimazione internazionale del blocco navale.
LA PRESSIONE DI WASHINGTON: L'APPELLO DI TRUMP AGLI ALLEATI. Se il fronte ONU sembra muoversi verso una parziale coesione, quello interno all'alleanza atlantica appare sempre più frammentato. Il presidente americano Donald Trump ha impresso una svolta aggressiva alla gestione della crisi marittima. Durante il discorso alla Casa Bianca pronunciato nella notte italiana di mercoledì, Trump ha esortato i partner internazionali a un impegno militare diretto e muscolare. “Andate allo Stretto e prenderselo”, ha dichiarato il tycoon, utilizzando un linguaggio che non lascia spazio a interpretazioni sfumate sulla necessità di una presenza bellica attiva per garantire l’apertura della via d’acqua.
La retorica di Trump risponde alla necessità politica di condividere il peso economico e militare di un conflitto che si sta protraendo oltre le previsioni iniziali. L'Amministrazione americana preme affinché gli alleati della NATO assumano compiti di pattugliamento e, se necessario, di ingaggio preventivo contro i lanciatori costieri iraniani che minacciano le petroliere. Tuttavia, questa richiesta di una "coalizione dei volenterosi" per il controllo forzato di Hormuz sta incontrando una resistenza significativa in Europa, dove si teme che un coinvolgimento diretto possa trasformarsi in un’adesione a una guerra di cambio di regime non concordata preventivamente.
LA CONTRAPPOSIZIONE DI PARIGI: MACRON E IL REALISMO EUROPEO. La risposta più dura alle sollecitazioni di Washington è giunta ieri dall'Eliseo. Il presidente francese Emmanuel Macron ha respinto categoricamente la proposta americana, definendo “irrealistica” l'idea di imporre l'apertura dello Stretto con la forza attraverso un'operazione militare su vasta scala. Macron ha ribadito con fermezza che la Francia non ha alcuna intenzione di partecipare attivamente al conflitto contro l'Iran, cercando di preservare un ruolo di potenziale mediatore o, quantomeno, di limitare l'escalation a un confronto regionale senza un coinvolgimento diretto delle potenze europee.
Oltre al merito della strategia militare, Macron ha attaccato frontalmente la gestione diplomatica di Trump, accusandolo di una volatilità che mina la credibilità dell'Occidente. “Quando vogliamo essere seri, non diciamo ogni giorno l'opposto di quello che abbiamo detto il giorno prima”, ha affermato il leader francese, stigmatizzando l'alternanza tra minacce di distruzione totale dell'Iran e inviti improvvisi al dialogo. Questo scontro verbale riflette una divergenza profonda: mentre Washington vede nello Stretto di Hormuz un fronte di guerra dove applicare la massima forza per ottenere una resa rapida, Parigi e Berlino temono che un errore di calcolo nello stretto possa scatenare una crisi energetica che l'economia europea, già provata, non sarebbe in grado di reggere.
IMPLICAZIONI ECONOMICHE: TRA SPECULAZIONE E PARALISI REALE. Il dibattito diplomatico e militare si scontra con la realtà dei mercati, che osservano con apprensione il voto di oggi all'ONU. Gli analisti energetici concordano sul fatto che anche un blocco parziale o intermittente dello Stretto di Hormuz provocherebbe un “prezzo della paura” che aggiungerebbe istantaneamente dai 30 ai 50 dollari al barile al costo del greggio. Per le economie asiatiche, in particolare Cina, India e Giappone, la chiusura di Hormuz rappresenterebbe una minaccia esistenziale alla continuità industriale, motivo per cui la diplomazia saudita ha trovato orecchie attente a Pechino. Il rischio maggiore non è però legato solo al prezzo, ma alla logistica. Molte compagnie assicurative hanno già iniziato a sospendere le coperture per il transito nell'area, e senza la risoluzione ONU discussa oggi che garantisca una cornice di sicurezza internazionale, il traffico mercantile potrebbe fermarsi spontaneamente indipendentemente dalle azioni belliche iraniane. La “battaglia di Hormuz” non si gioca dunque solo con i missili antinave e i droni, ma con la capacità della comunità internazionale di produrre una norma legale e una forza di deterrenza che rassicuri i mercati prima che la speculazione renda insostenibile la vita quotidiana nelle capitali mondiali. (3 APR – deg)
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