Nell’ incipit della prefazione di Giuliano Ferrara si fa menzione a ‘Il processo’ di Franz Kafka come paradigma utile a comprendere la vicenda giudiziaria che ha coinvolto (fino all’assoluzione) il senatore Stefano Esposito e l’imprenditore Giulio Muttoni. L’analogia risulta calzante perché il celebre romanzo – che ha un epilogo diverso e tragico – spiega in tutte le sue allegorie e le iconiche rappresentazioni il ‘paradosso’ come chiave di lettura di questa storia. E così in questo libro scritto da Ermes Antonucci ed edito da Liberilibri si descrive quello che l’autore mette insieme in tutti i passaggi di ciò che definisce nel titolo un ‘massacro giudiziario’. Per averlo letto più volte, apprezzato fino al coinvolgimento emotivo più profondo e fatto oggetto di un saggio di approfondimento, ritengo che il capolavoro kafkiano è forse – senza molti giri di parole – la rappresentazione narrativa universale dell’inspiegabile nello sviluppo di una trama sghemba, di uno spaesamento esistenziale che può portare alla follia, alla soccombenza di fronte a ciò che resta lungamente indimostrabile, fino al punto che gli stessi oscuri personaggi del romanzo, le stanze, le scale, le aule, gli stambugi di un improbabile palazzaccio con i suoi labirinti e le sue risposte sempre rimandate raccontano una storia che non ha spiegazioni alla domanda che chiunque venga a trovarsi in un simile contesto esistenziale drammatico si porrebbe: perché?
Ho imparato negli anni trascorsi in tribunale che la giustizia è lenta ma inesorabile: un assioma che nell’attesa che si realizzi diventa fonte di angosce devastanti, a maggior ragione se chi è coinvolto in qualche storia che dovrà ‘passare in giudicato’ ha la certezza morale della propria innocenza.
Inesorabile è quindi anche una giustizia lenta che arriva troppo tardi e porta via anni di vita nel tormento perché chi giudica può a conti fatti sbagliare al pari di chi è giudicato.
Ermes Antonucci sciorina una serie di dati impressionanti, che sono il coté statistico di questa rappresentazione kafkiana di una vicenda giudiziaria che si consuma fino all’estinzione ma che lascia uno strascico indelebile di dolore, di vergogna, di tentativi di spiegare ciò che non si riesce a dimostrare perché dallo scranno dell’inquisitore alla sbarra dell’imputato si parlano due linguaggi diversi e si raccontano verità contrapposte. I personaggi di questa vicenda non sono stati arrestati ma hanno subito – lo dimostra la sentenza di assoluzione – una gogna giudiziaria e mediatica che si spiega anche nella incomprensione della gente che passa velocemente e troppo spesso dal dubbio al pregiudizio: è la società che reclama giustizia a braccia levate e pugni chiusi ma pregiudizialmente pensa alla colpevolezza come fonte di espiazione di un male asseritamente commesso, una società che nell’immaginario prevalente diventa forcaiola e giustizialista. Lo sfondo esistenziale è quello magistralmente tratteggiato da Kafka, fatto di afasie e solitudini, di pensieri cupi, del timore di non riuscire a dimostrare ciò che appare evidente, di una comunicazione negata nei rituali delle procedure e nelle liturgie dei faldoni che si accumulano e si moltiplicano e che richiedono tempi inenarrabili alla loro decifrazione fino alla risposta finale: colpevole o innocente?
Si è fatto cenno ai dati che l’autore del libro considera eloquenti in questa vicenda che non esita a definire ‘clamorosa’: sette anni di indagini (che hanno reso Esposito un appestato di fronte all’opinione pubblica) senza arrivare ad un processo, 30 mila intercettazioni a carico del coimputato Muttoni (per incastrare anche il senatore che non poteva essere intercettato senza autorizzazione parlamentare, nonostante lo sia a conti fatti stato (intercettato) almeno 500 volte che , come riscontrato nel 2023 dalla Corte Costituzionale “erano in realtà univocamente preordinate ad accedere alla sfera di comunicazione del parlamentare”, un totale di 2.589 giorni trascorsi dentro un incubo giudiziario. Si stima che tra il 1992 e il 2023 sono stati circa 31.000 i casi di ingiuste detenzioni ed errori giudiziari. Praticamente mille ogni anno. Con un costo complessivo di quasi 900 milioni di euro per le casse dello Stato.
Corruzione, traffico di influenze illecite, turbativa d’asta. Inquisito dalla Procura di Torino Esposito verrà prosciolto da ogni addebito dal Tribunale di Roma.
Nel dialogo con l’autore che si dipana lungo le pagine del libro Esposito racconta anni di sofferenza senza intravvedere vie d’uscita: frustrazione, perdita di autostima, prostrazione fisica e mentale, depressione, attacco alla reputazione personale, carriera politica stroncata, compromissione della vita familiare davanti alla moglie e ai figli, diffidenza presso amici e conoscenti, difficoltà economiche, spese legali, notti insonni, incubi esistenziali, il mondo interiore e quello esterno che si fanno cupi, neri, emotivamente insostenibili. Insomma un annichilimento devastante che cambia la vita senza vedere uno spiraglio di luce in fondo al tunnel.
Vivere il pregiudizio è forse più doloroso che espiare una pena: nel suo lungo racconto Esposito arriva a confessare che avrebbe preferito essere arrestato, perché sarebbe stato meglio ripartire da zero per dimostrare la propria estraneità ai fatti che subire l’onta di un protratto circo mediatico-giudiziario subìto in una sorta di limbo dell’indeterminato, rincorrendo spiegazioni e risposte cadute nel vuoto. Ciò che più colpisce di questa narrazione sono gli aspetti umani della vicenda, i sentimenti, le angosce, le inquietudini laceranti: la storia giudiziaria è una lunga trama rivelatasi infondata mentre le ferite nascoste restano – ancorché spiegate quasi come in una specie di catarsi – e lasciano cicatrici nell’anima che neanche il tempo riesce a rimuovere, tanto sono profonde e dolorose, fosse anche solo nel loro ricordo.
(da mentepolitica.it)





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