“Vladimir, STOP! Non è necessario ed è un pessimo tempismo”. Con queste parole, affidate ai social media solo pochi mesi fa dopo un devastante attacco russo su Kiev, Donald Trump condannava esplicitamente l'escalation militare di Mosca contro i centri abitati e le infrastrutture civili. Definendo quegli attacchi “disgustosi” e arrivando a descrivere l'operato di Putin come quello di qualcuno diventato “assolutamente pazzo”, il presidente americano aveva allora invocato una moratoria immediata sui bombardamenti alle reti energetiche, sottolineando come colpire la capacità di riscaldamento e illuminazione di una popolazione stremata dal gelo fosse un atto inaccettabile.
Tuttavia, quella stessa sensibilità umanitaria sembra oggi svanire di fronte al dossier iraniano. L’ultimatum lanciato dal Presidente contro le infrastrutture energetiche di Teheran segna infatti un punto di rottura radicale, sollevando un dibattito etico e legale che scuote le fondamenta del diritto internazionale. Se da un lato la Casa Bianca rivendica la necessità di una “fermezza senza precedenti” per neutralizzare le ambizioni nucleari dell'Iran e riaprire lo Stretto di Hormuz, dall'altro la comunità internazionale osserva con crescente inquietudine un paradosso comunicativo: la trasformazione di una tattica definita “criminale” quando attuata dal Cremlino in una strategia negoziale dichiarata quando perseguita da Washington.
Molti analisti sottolineano come la dottrina Trump non sia solo una minaccia militare, ma una forma di “estorsione energetica”. Mentre la Russia ha sistematicamente colpito la rete elettrica di Kiev cercando spesso di mascherare tali azioni come necessità tattiche, Trump ha rimosso ogni velo di ambiguità. Questa esplicita ammissione di voler colpire la vita quotidiana dei civili per forzare la mano di un governo straniero rappresenta, secondo esperti di diritto bellico, una sfida diretta alle Convenzioni di Ginevra, che proibiscono attacchi deliberati contro beni indispensabili alla sopravvivenza.
Le reazioni dalle capitali europee riflettono questo sconcerto. Alti funzionari dell'Unione Europea hanno avvertito che l'attuazione di un simile piano porrebbe Washington su un piano morale pericolosamente vicino a quello di Mosca, erodendo la capacità dell'Occidente di condannare le violazioni dei diritti umani altrove. La differenza risiede proprio nell'assenza di ipocrisia: Trump non nega il dolore che infliggerebbe alla popolazione iraniana; al contrario, lo utilizza come moneta di scambio, definendo il regime di Teheran un'eccezione storica che giustifica mezzi estremi.
In questo clima di tensione, il rischio di un’escalation incontrollata è altissimo. Tale pericolo non si limita alla possibilità di un’invasione terrestre — che potrebbe rendersi necessaria per stabilizzare un Paese al collasso o rispondere a rappresaglie dirette — ma riguarda soprattutto il coinvolgimento di altre grandi potenze. Un attacco alle centrali iraniane colpirebbe al cuore gli interessi economici della Cina, principale acquirente di petrolio di Teheran, e quelli strategici della Russia, spingendo Pechino e Mosca verso una reazione che potrebbe trasformare una crisi regionale in uno scontro globale. Resta da vedere se questa “trasparenza della minaccia” funzionerà come deterrente o se finirà per legittimare l'uso delle infrastrutture civili come bersagli bellici, distruggendo decenni di norme internazionali faticosamente costruite. (4 APR – deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)




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