Il rischio della Pasqua è quello di farne un lieto fine: un sipario che cade sul dolore, un’iniezione di ottimismo che rende tutto più sopportabile senza cambiarlo di una virgola. La Pasqua non è questo. È un passaggio, come dice la parola stessa. E i passaggi costano. Esigono sempre un coinvolgimento personale che non lascia mai semplici spettatori a distanza. A tal proposito, c’è una forma di silenzio complice che oggi merita di essere nominata esplicitamente
Mi riferisco a chi usa, bestemmiando, il nome di Dio per benedire la guerra. Non si tratta di una deviazione politica marginale: è una vera e propria eresia, forse la più insidiosa del nostro tempo, proprio perché si presenta con il linguaggio della fede. Penso ad alcune tradizioni del fondamentalismo cristiano statunitense – ma il fenomeno non è estraneo all’Europa – dove si tira Dio dalla propria parte, lo si prega per vincere una guerra, si chiede la benedizione divina sull’eliminazione del nemico, si invoca la crociata. Il Cristo che viene usato non trova riscontro nei vangeli: è un Cristo armato, identitario, escludente.
Questo Cristo non nasce dal Sermone della Montagna, ma dai laboratori del risentimento culturale, dell’egoismo, del privilegio, della violenza. È il rovesciamento delle Beatitudini: beati i forti, i ricchi, gli armati, coloro che schiacciano le differenze e che non dialogano con i lontani.
Anche papa Leone ci mette in guardia da tutto questo: mai Dio può essere messo in mezzo per benedire la guerra e la violenza. Non è una posizione diplomatica: è teologicamente necessaria. Perché il Dio della Pasqua è il Dio che ha attraversato e redento il dolore dall’interno, non quello che lo infligge dall’alto o che fa piazza pulita dei nemici. Gesù ha un Dio della pace. La Pasqua ci dice che nella sospensione del tempo, tra la notte e il giorno, tra la guerra e la pace, tra l’odio e l’amore, non siamo del tutto impotenti. Possiamo favorire questo passaggio di luce, di pace e di giustizia vivendo già ora da risorti.
Possiamo farlo con alcuni gesti di rottura benefica. Come, ad esempio: criticare apertamente e coraggiosamente ogni potere che vende e sacrifica le vite; come condividere il dolore altrui quasi riguardasse la nostra stessa esistenza; come dare retta ai sogni che vengono da un immaginario del mondo differente, nel nome della pace e della giustizia; come assumere le domande di speranza anche quando ci sembrano assurde.
Con questi gesti di interruzione, beninteso, non risolviamo tutto e non riordiniamo il mondo caduto nel caos più tragico, ma qualcosa di buono accade. Il bene accade, infatti, quando iniziamo a vivere nella Pasqua: dando credito alla voce delle donne che – stando ai testi evangelici - per prime hanno visto, fidandoci di un Dio che ha tanto amato il mondo da abitarlo per davvero, da riaprire i sepolcri e da restare con noi fino alla fine. Con questi gesti di interruzione noi apriamo dei vuoti nel potere che sta distruggendo tutto, e dai vuoti può ancora passare lo Spirito che riscatta le vite più fragili e sofferenti, ci rigenera nella fraternità e nella sororità e ci fa tornare al limite giusto della nostra creaturalità. Buona Pasqua!
*Vescovo di Verona
(© 9Colonne - citare la fonte)




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