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IRAN, TRUMP: ATTACCHI
FERMI PER 2 SETTIMANE

IRAN, TRUMP: ATTACCHI <BR> FERMI PER 2 SETTIMANE

Dopo trentanove giorni di guerra, la crisi mediorientale ha subito una sterzata improvvisa nella notte, quando il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato il raggiungimento di un accordo per un cessate il fuoco di due settimane con l’Iran. La notizia è giunta meno di due ore prima della scadenza del termine delle 20 (le due del mattino in Italia) che il Commander-in-Chief aveva fissato per l'avvio di un'operazione militare senza precedenti che avrebbe potuto portare “all’annientamento di una società millenaria”. La condizione sine qua non posta da Washington, e apparentemente accettata da Teheran, è la riapertura “completa, immediata e sicura” dello Stretto di Hormuz, l'arteria vitale per il commercio petrolifero mondiale che era stata strozzata dalle tensioni degli ultimi giorni.

Ancora una volta, il tycoon ha affidato a Truth Social la narrazione di questa svolta, attribuendo un ruolo decisivo alla mediazione del Pakistan. Ieri, i colloqui con il Primo Ministro Shehbaz Sharif e il Maresciallo di Campo Asim Munir hanno convinto il Presidente a “sospendere l'invio di forze distruttive” alla volta della Repubblica islamica. Tra le righe della comunicazione presidenziale emerge la volontà di presentare lo stallo non come un compromesso, ma come il frutto di una posizione di forza: “Il motivo per cui lo facciamo è che abbiamo già raggiunto e superato tutti gli obiettivi militari”, ha scritto oggi Trump, suggerendo che la minaccia dell'uso della forza sia stata lo strumento necessario per portare l'Iran al tavolo negoziale.

LA “VITTORIA TOTALE” DI WASHINGTON E IL NODO DELL'URANIO. Il presidente americano ha parlato esplicitamente di una “vittoria totale e completa”, descrivendo il periodo di due settimane come una finestra tecnica necessaria per “finalizzare e attuare” un accordo definitivo. Sebbene Trump abbia evitato di confermare se le minacce di distruggere infrastrutture civili e centrali elettriche iraniane siano definitivamente rimosse dal tavolo in caso di fallimento della tregua — limitandosi a un sibillino “dovrete aspettare e vedere” — ha però rassicurato i suoi sostenitori sulla questione nucleare. Il “casus uranio”, secondo l’inquilino della Casa Bianca, sarebbe stato “risolto alla perfezione”, il che lascia intendere che Teheran abbia ceduto su punti critici del suo programma di arricchimento, anche se i dettagli tecnici restano avvolti nel riserbo diplomatico.

Interessante è anche il riferimento al ruolo di Pechino. Trump ha dichiarato di ritenere che la Cina abbia “incoraggiato l'Iran a sedersi al tavolo dei negoziati”. Questa ammissione, seguita dall'annuncio di una visita ufficiale a Xi Jinping prevista per maggio, suggerisce che alla base della (non si sa ancora quanto fragile) tregua decretata nella notte ci sia stata una complessa partita geopolitica dove Washington avrebbe riconosciuto implicitamente l'influenza cinese sulla Repubblica Islamica, cercando di trasformare un potenziale avversario sistemico in un partner per la stabilizzazione regionale, almeno nel breve termine.

L'OTTIMISMO DI FACCIATA E LA RICOSTRUZIONE DELL'AREA. Oggi, nelle prime ore del mattino, il registro di Trump si è fatto ancora più propositivo. Attraverso nuove dichiarazioni alla stampa internazionale, ha delineato uno scenario post-bellico in cui gli Stati Uniti “contribuiranno a ridurre il traffico nello Stretto di Hormuz”, prefigurando benefici economici diffusi: “Ci saranno molte azioni positive! Si guadagneranno un sacco di soldi”. Questa retorica trasforma la crisi militare in un'opportunità di business e stabilizzazione economica, invitando l'Iran a iniziare il “processo di ricostruzione”. L'affermazione “resteremo lì per assicurarci che tutto vada bene” suona però come un avvertimento: la tregua non coincide con un disimpegno americano, ma con una sorveglianza armata che garantisca il mantenimento degli impegni presi.

LA CONTROPARTE IRANIANA: LA VITTORIA DELLA “RESISTENZA”. A Teheran, il racconto della notte assume tinte diametralmente opposte. Il governo iraniano ha rivendicato a sua volta la vittoria, presentando la tregua come il risultato della propria capacità di resistenza difensiva. Ieri, dopo l’annuncio di Trump, il ministro degli Esteri Seyed Abbas Araghchi ha confermato che l'esercito iraniano “cesserà le operazioni difensive” a patto che cessino gli attacchi statunitensi. Sullo strategico Stretto di Hormuz, Araghchi ha mantenuto un linguaggio cauto ma fermo: il transito sicuro sarà possibile per le prossime due settimane, ma solo “grazie al coordinamento con le Forze Armate iraniane e tenendo conto delle limitazioni tecniche”. Questa precisazione indica che Teheran non intende rinunciare alla sovranità de facto sulle proprie acque territoriali, trasformando l'apertura dello stretto in un atto di concessione coordinata piuttosto che in una resa incondizionata.

IL PIANO IN DIECI PUNTI: LE CONDIZIONI DI TEHERAN. Il documento che funge da base per le trattative, un piano in dieci punti presentato dall'Iran, rivela quanto sia ancora profonda la distanza tra le parti. Secondo i media ufficiali iraniani, il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale chiede che Washington accetti la continuazione dell'arricchimento dell'uranio e la revoca totale di ogni sanzione, sia primaria che secondaria. Il piano include il “principio di non aggressione”, il mantenimento del controllo iraniano su Hormuz e, punto ancor più critico, il ritiro delle forze militari statunitensi dalla regione. Inoltre, Teheran esige il pagamento di risarcimenti per i danni subiti e la cessazione di tutte le risoluzioni Onu e Aiea contrarie alla Repubblica Islamica. È evidente che, mentre Trump parla di accordo “quasi finalizzato”, le richieste iraniane appaiono come una piattaforma di massima che mira a smantellare l'intera architettura della pressione internazionale degli ultimi decenni. La discrepanza tra la “vittoria totale” declamata da Trump e le condizioni poste dall'Iran suggerisce che le prossime due settimane saranno caratterizzate da un mercanteggiamento diplomatico estenuante.

IL FATTORE ISRAELE E IL PARADOSSO LIBANESE. In questo scenario, la posizione di Israele appare di cauto supporto ma con distinguo fondamentali. L'ufficio del Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato oggi di appoggiare la decisione di Trump, ma ha posto una condizione chiara: la fine di tutti gli attacchi non solo contro gli USA, ma anche contro Israele e i paesi della regione. Tuttavia, è emersa una frattura immediata sulla portata geografica del cessate il fuoco. Mentre il mediatore pakistano Shehbaz Sharif aveva assicurato che la tregua si sarebbe applicata “ovunque, compreso il Libano”, Netanyahu ha categoricamente smentito questa versione oggi su X: “Il cessate il fuoco di due settimane non si applica al Libano”. Questa dichiarazione contraddittoria apre un fronte di instabilità immediata. Se Israele dovesse continuare le operazioni contro Hezbollah nel sud del Libano, Teheran potrebbe considerare violati i termini dell'accordo, invalidando la tregua prima della sua naturale scadenza. La lettura tra le righe suggerisce che Israele tema che un congelamento totale possa permettere alle milizie alleate dell'Iran di riorganizzarsi, mentre gli Stati Uniti sembrano disposti a una visione più ampia e inclusiva della sospensione delle ostilità pur di stabilizzare il prezzo del petrolio e il transito marittimo. Le prossime ore saranno dunque cruciali per capire se la “vittoria” proclamata da entrambi i lati potrà reggere alla prova dei fatti sul campo di battaglia libanese e se i “punti di controversia” citati da Trump siano realmente vicini a una sintesi o se siamo di fronte a una pausa tattica prima di una nuova, più violenta, escalation. (8 APR / deg)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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