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MULE’: CONTRO ME
MACCHINA DEL FANGO

MULE’: CONTRO ME <BR> MACCHINA DEL FANGO

“Non ho idea di chi sia Gioacchino Amico, né penso che questa circostanza fosse di interesse della Procura di Milano dal momento che l’intercettazione di cui parla il Fatto Quotidiano, risalirebbe addirittura al marzo di cinque anni fa. Eppure me la ritrovo oggi come elemento di raccordo per una nuova inchiesta dopo il pentimento di questo signore”. Lo afferma, in una intervista a Il Giornale, il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, il quale sottolinea che “quando si parla di giustizia non si dovrebbero dare interpretazioni ma si dovrebbe agire nel solco di fatti e di prove. Qui mancano i fatti e non ci sono le prove. C’è soltanto una grande pozzanghera di fango nella quale qualcuno ha infilato i piedi buttando gli schizzi su di me. Non c’è nulla da capire, se non lo straordinario tempismo di questa vicenda”. L’esponente di Forza Italia parla apertamente di un “registro degli infangati” spiegando che “è quello parallelo a quello degli indagati. Riguarda persone che non indagate, neppure ascoltate come testimoni che però subiscono il cosiddetto trattamento e cioè quello dei mascariati, quello delle persone che vengono colpite dalle dicerie dell’untore di turno. Si tratta di una colonna dell’infamia perché a ingrossare questo registro ci sono cittadini spesso inermi. Nel mio caso è diverso avendo io spalle larghe, storia personale e condizione presente che mi consentono di rispondere a tutto questo”. Circa la riemersione di vecchi file, Mulè dichiara: “Mi sono battuto come un leone durante la battaglia referendaria, sfidando in campo aperto magistrati a ogni latitudine. È chiaro che io abbia attirato su di me parecchie antipatie, per usare un eufemismo. Non voglio credere che nessuno nel caso della Procura di Milano abbia utilizzato questa porcheria per colpire me. Credo che siamo di fronte a qualcosa di diverso, a quel famoso cortocircuito mediatico-giudiziario che ha fatto sì che partisse lo schizzo di fango”. Ed aggiunge di stare “valutando con i miei avvocati dal punto di vista procedurale e dal punto di vista della difesa della mia reputazione quali iniziative prendere. Da quando sono in politica sono stato costretto a intraprendere varie azioni di risarcimento civile a fronte di attacchi infondati e purtroppo ho vinto tutte le cause che ho intentato, una delle quali appena passate in giudicato proprio contro l’editore del Fatto”. E conclude che “l’incapacità degli uffici giudiziari di assicurare riservatezza nei confronti degli indagati è sotto gli occhi di tutti. Succede perché c’è una impunità di fondo dei magistrati che non pagano mai per la fuga di notizie e per la rivelazione del segreto istruttorio. Sarebbe sufficiente che i capi degli uffici della procura fossero responsabilizzati nel senso di rispondere dei reati commessi all’interno del proprio ufficio così come avviene per i direttori dei giornali o per i comandanti delle Forze Armate. I capi degli uffici giudiziari invece sono sollevati da qualsiasi responsabilità. Purtroppo è quel sistema che non si è voluto cambiare anche con la riforma dell’ordinamento giudiziario che avrebbe davvero dato una svolta a questo Paese”. (9 apr - red)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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