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direttore Paolo Pagliaro

COSI’ LA DIPLOMAZIA
TORNA SUBITO AL PALO

COSI’ LA DIPLOMAZIA <BR> TORNA SUBITO AL PALO

Dopo la carneficina consumatasi in appena dieci minuti di fuoco a causa del massiccio attacco aereo scatenato da Israele sul Libano, la comunità internazionale osserva con crescente sgomento una tregua che appare ormai ridotta a un simulacro diplomatico.

IL FRONTE ARABO: TRA CONDANNA E TIMORE DI UN COLLASSO REGIONALE. Le capitali arabe hanno reagito ieri con una durezza che riflette la paura di un’esplosione incontrollata. Fonti vicine alla Lega Araba descrivono un clima di massima allerta; le dichiarazioni ufficiali parlano di “aggressione barbara” e di un tentativo deliberato di minare la stabilità del Libano. Dietro la retorica, tuttavia, si legge la preoccupazione dei vicini regionali — in primis Giordania ed Egitto — per una nuova ondata di profughi e per l'indebolimento definitivo delle istituzioni statali libanesi. Il messaggio che arriva dai media mediorientali è univoco: Israele sta giocando con il fuoco in una polveriera che non ammette ulteriori scintille.

L’EUROPA E IL DILEMMA DELL’IMPOTENZA DIPLOMATICA. A Bruxelles, la reazione ieri è stata improntata a una condanna ferma ma che tradisce una profonda frustrazione. L'Alto Rappresentante per la Politica Estera ha definito gli attacchi “inaccettabili”, sottolineando come la protezione dei civili non sia un'opzione ma un obbligo internazionale. Tuttavia, tra le righe delle analisi europee, emerge la consapevolezza che il Vecchio Continente disponga di scarse leve per influenzare le decisioni del gabinetto di guerra israeliano. La preoccupazione maggiore riguarda la tenuta della missione UNIFIL e la sicurezza del personale internazionale, esposto a un fuoco incrociato che non accenna a placarsi oggi, dopo il lancio di razzi di Hezbollah contro la Galilea.

IL BLOCCO EURASIATICO: RUSSIA E CINA ALL’ATTACCO DI WASHINGTON. Mosca e Pechino hanno colto l'occasione per denunciare quello che definiscono il fallimento della mediazione statunitense. La diplomazia russa ieri ha puntato il dito contro “l'approccio unilaterale” di Washington, sostenendo che il via libera implicito ai raid stia distruggendo mesi di sforzi negoziali. Da Pechino è arrivato un appello alla “massima moderazione”, ma con una chiara stoccata agli Stati Uniti, accusati di fornire la copertura politica e militare necessaria a Israele per proseguire le ostilità. Per il Cremlino, l'instabilità nel Levante è la prova che l'ordine a guida americana sia al collasso, mentre la Cina osserva con apprensione le manovre nello Stretto di Hormuz, temendo strozzature alle rotte energetiche globali.

ISRAELE E LA TATTICA DEL “VUOTO DI MANDATO”. Il punto focale della crisi risiede però in una lettura strategica che sta prendendo piede nelle cancellerie di tutto il mondo: Israele starebbe operando in quello che gli esperti definiscono un “vuoto di mandato”. Si tratta di una finestra temporale e politica estremamente rischiosa. Netanyahu e il suo comando militare sembrano intenzionati a ottenere il massimo vantaggio sul campo — smantellando le infrastrutture di Hezbollah e colpendo duramente la logistica iraniana — prima che Donald Trump, una volta consolidata la sua posizione, possa imporre condizioni molto più restrittive anche ai suoi alleati più stretti.

Leggere tra le righe delle ultime mosse israeliane significa comprendere che il governo di Tel Aviv non si fida ciecamente delle promesse di “mani libere” che potrebbero arrivare dalla nuova amministrazione USA. Al contrario, teme che Trump, nel suo pragmatismo transazionale, possa decidere di chiudere la partita mediorientale in modo rapido e autoritario per concentrarsi su altri fronti. Di conseguenza, l'escalation di ieri non sarebbe un incidente di percorso, ma una scelta deliberata per creare “fatti compiuti” irreversibili sul terreno. È una corsa contro il tempo: distruggere il maggior numero possibile di asset nemici oggi per trovarsi in una posizione di forza assoluta domani, quando la tregua diventerà, forse, un accordo vincolante e non più violabile. Dunque, mentre il Libano osserva oggi il suo lutto nazionale, la sensazione è che la diplomazia stia inseguendo una realtà militare che corre molto più veloce. Le minacce di Trump di scatenare un inferno “più grande e più forte” se l'Iran non rispetterà i patti si scontrano con una realtà in cui è proprio l'alleato israeliano a forzare i limiti del cessate il fuoco. Se l'obiettivo di Israele è quello di esaurire la minaccia di Hezbollah in questo interregno politico, il prezzo pagato in termini di vite umane e stabilità regionale rischia di essere il preambolo a una conflagrazione che nessuna minaccia via social network potrà più fermare. (9 APR – deg)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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