Il fragore delle esplosioni che ieri ha squassato il Libano ha trovato un’eco immediata e sinistra nei terminali finanziari di tutto il mondo, dove il prezzo del greggio ha ripreso una corsa forsennata che pare ignorare i fragili accordi diplomatici. il Brent è tornato a $97,08 (+2,46%) e il WTI a $97,63 (+3,41%) al barile. Mentre a Beirut si contano i morti di quello che è stato definito il più grande bombardamento coordinato dall'inizio del conflitto, nei corridoi del potere economico globale si fa strada la consapevolezza che la tregua di Donald Trump stia già affogando tra le fiamme della Valle della Beqaa e le acque agitate del Golfo Persico.
La stabilità energetica mondiale è oggi appesa a un filo sottilissimo, spezzato ieri dalla notizia della nuova chiusura dello Stretto di Hormuz. Il caso della petroliera AUROURA, costretta a un’improvvisa inversione di marcia mentre cercava di guadagnare il mare aperto, non è stato letto dai mercati come un semplice incidente tecnico, ma come l'attivazione della “leva del ricatto” da parte di Teheran. Leggendo tra le righe delle analisi che circolano nelle principali piazze d'affari, appare evidente che l'Iran stia rispondendo ai raid israeliani sul Libano colpendo l'unica risorsa che l'Occidente non può permettersi di perdere. Il greggio, che solo pochi giorni fa era sceso sotto la soglia psicologica dei cento dollari grazie alle promesse di pacificazione, oggi ha subito un rimbalzo violento, con il Brent che è tornato a scambiare con una volatilità che non si vedeva dai tempi della crisi petrolifera degli anni Settanta.
Questa instabilità è alimentata da una percezione di “vuoto di potere” o, più precisamente, di “vuoto di mandato” che Israele sembra intenzionato a sfruttare fino all'ultimo secondo. Mentre Washington minaccia ritorsioni letali se il transito navale non verrà garantito, il governo di Tel Aviv accelera le operazioni belliche per smantellare Hezbollah, scommettendo sul fatto che un vantaggio militare acquisito oggi valga più di una promessa diplomatica domani. Il risultato di questa scommessa è un mercato petrolifero schizofrenico: da un lato le rassicurazioni di Trump sulla sicurezza di Hormuz, dall'altro la realtà di un blocco che tiene in ostaggio oltre 15 milioni di barili al giorno. Le grandi banche d'investimento hanno già iniziato a rivedere al rialzo le stime per il prossimo trimestre, ipotizzando scenari in cui il prezzo del barile potrebbe toccare vette inesplorate se il braccio di ferro dovesse protrarsi oltre la settimana di lutto nazionale dichiarata oggi dal Libano.
La pressione sui mercati è ulteriormente aggravata dal fatto che il rilascio coordinato delle riserve strategiche, annunciato ieri con toni rassicuranti dall'Agenzia Internazionale dell'Energia, viene percepito dagli operatori come un segnale di debolezza piuttosto che di forza. Si tratta di una misura tampone che non può reggere l'urto di una chiusura prolungata della principale arteria energetica del pianeta. Nel frattempo, le raffinerie asiatiche e i giganti del trasporto marittimo stanno già ricalcolando le rotte, con un impatto devastante sui costi dei noli che oggi iniziano a riflettersi sui prezzi al consumo in Europa e negli Stati Uniti. La guerra in Libano non è più, dunque, un conflitto regionale, ma una crisi sistemica che sta prosciugando la fiducia degli investitori, convinti che dietro la retorica del “grande accordo” si nasconda in realtà una fase di scontro totale per l'egemonia energetica e politica nel Medio Oriente. (9 APR - deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)




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