l sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon ha dichiarato di recente che il governo “metterà a terra (sic!) la legge delega sul salario giusto ed equo”, dando così attuazione a quanto previsto dalla legge n. 144 del settembre scorso. Secondo quest’ultima il governo dovrebbe emanare una serie di decreti legislativi con lo scopo di “assicurare trattamenti retributivi giusti ed equi, contrastare il lavoro sottopagato, stimolare il rinnovo dei contratti collettivi nazionali e contrastare fenomeni di dumping sociale”.
Sennonché il problema è che per il governo il salario minimo che i datori dovranno adottare dovrà essere quello previsto dal contratto collettivo “più applicato”, senza alcuna verifica sul fatto che quel contratto contenga effettivamente condizioni di remunerazione accettabili. E il bello è che, per rafforzare questa previsione, viene invocato il principio di libertà sindacale che campeggia nel 1° comma dell’art. 39 Cost. Verrebbe da dire: povera Costituzione bistrattata e invocata a sproposito!
Non vi è dubbio che l’art. 39, 1° comma salvaguardi il pluralismo sindacale cioè la libertà dei lavoratori di costituire associazioni sindacali, in evidente contrapposizione con il regime fascista che aveva il sindacato unico (fascista) di diritto pubblico per ogni categoria di lavoratori. Ma si dimentica (il governo dimentica) che in quella disposizione c’è anche una seconda parte che intende coordinare il pluralismo con la necessità di garantire un trattamento giusto ed equo ai lavoratori attraverso la contrattazione collettiva.
Come dire che la Costituzione non assegna il monopolio della rappresentanza ad un sindacato purchessia, ma solo a soggetti sindacali che siano effettivamente in grado di garantire i diritti dei lavoratori, che siano cioè effettivamente rappresentativi. Né assegna ai contratti “più applicati” il potere di determinare il salario minimo, ma lo assegna per l’appunto ai sindacati maggiormente rappresentativi, costituiti in una rappresentanza unitaria in proporzione agli iscritti.
Sappiamo bene che nell’ottantennio post-costituzionale non si è mai riusciti nell’intento di applicare quella parte di disposizione che avrebbe dato efficacia generalizzata anche ai contratti collettivi post-corporativi e qualche responsabilità ce l’hanno anche i sindacati più forti. Ciò non toglie che quando la legge ha inteso attribuire ai sindacati poteri di regolazione delle condizioni di lavoro (come avviene in una miriade di occasioni) si è riferita storicamente o ai sindacati “maggiormente rappresentativi” o a quelli “comparativamente più rappresentativi”. E questo per una ragione ovvia: perché sono solo quei sindacati che possono garantire maggiore aderenza agli interessi del mondo del lavoro.
Sostituire quel modello con il riferimento ai contratti collettivi “più applicati” in concreto, lungi dall’agevolare, come si dichiara, una sana competizione fra le sigle, si presta non solo a promuovere le associazioni sindacali gradite al governo (non a caso Durigon era segretario di uno di questi sindacati destrorsi), ma soprattutto a dare spazio al dumping contrattuale con la promozione dei contratti-pirata, quei contratti cioè che contengono condizioni meno vantaggiose per i lavoratori.
Non è un caso che contro questa riforma si siano schierate tutte le grandi confederazioni, ivi compresa la Cisl, che in questi anni non ha mai promosso un’ora di sciopero contro la politica del lavoro del governo in carica, ottenendo in contropartita, fra l’altro, la legge sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese. E – per quel che più conta – contro la ventilata scelta governativa si sono schierate anche le grandi associazioni datoriali (Confindustria in testa) e per due assorbenti e quasi ovvie ragioni.
La prima: che l’iniziativa del governo interviene pesantemente e a gamba tesa sulle faticose trattative in corso fra le parti sociali per un accordo sulla rappresentanza.
La seconda: che le stesse associazioni datoriali sono preoccupate della concorrenza (sleale) fra imprese che potrebbe derivare dall’applicazione di contratti collettivi in cui il costo del lavoro è più basso. E allora che dire?
La montagna ha partorito il proverbiale topolino, ma un topolino molto schierato politicamente …
L’autore è Professore Emerito di Diritto del lavoro dell’Università di Pisa
(© 9Colonne - citare la fonte)




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