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direttore Paolo Pagliaro

IL FRONTE LIBANESE
COMPLICA LA CRISI

IL FRONTE LIBANESE <BR> COMPLICA LA CRISI

Mentre il quadrante del Golfo Persico tenta faticosamente di stabilizzarsi attorno a un cessate il fuoco bilaterale tra Washington e Teheran, il Libano rimane l’incognita più sanguinosa e imprevedibile dell’intero scacchiere mediorientale. La strategia di Israele, che si muove su un binario parallelo ma non necessariamente convergente con quello degli Stati Uniti, solleva interrogativi profondi sulla tenuta dell'architettura diplomatica che JD Vance sta cercando di costruire a Islamabad. Il paradosso è evidente: si negozia il congelamento delle ostilità con il “regista” della rete sciita (l'Iran), mentre si intensifica la pressione militare sul suo braccio armato più potente, Hezbollah.

Nelle prime ore di oggi, venerdì 10 aprile, l'aviazione israeliana ha mantenuto un ritmo operativo serrato, confermando una decina di raid mirati contro lanciarazzi di Hezbollah situati in territorio libanese. Secondo i vertici delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), tali postazioni erano state utilizzate proprio tra la serata di ieri e le prime ore di oggi per colpire il nord dello Stato ebraico. La narrativa militare di Gerusalemme è chiara: non si tratta di una nuova offensiva, ma di una difesa proattiva volta a “individuare e distruggere ulteriori lanciatori” prima che possano essere attivati. Tuttavia, la persistenza di questi attacchi rende la tregua tra USA e Iran un guscio vuoto per i civili libanesi e un ostacolo quasi insormontabile per la diplomazia di Beirut.

LA DOTTRINA NETANYAHU: NEGOZIATI SENZA CESSATE IL FUOCO. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha delineato con estrema freddezza la posizione del suo governo, marcando una distanza netta dalle speranze di una pacificazione immediata e totale. Pur dichiarando che Israele auspica “negoziati diretti con il Libano sul disarmo di Hezbollah e sull'instaurazione di relazioni pacifiche”, Netanyahu ha gelato le aspettative internazionali chiarendo che, sul terreno libanese, “al momento non è in vigore alcun cessate il fuoco”. Questa posizione non è solo una constatazione tattica, ma una scelta politica precisa: Gerusalemme non intende permettere a Hezbollah di utilizzare la pausa diplomatica tra USA e Iran per riorganizzarsi o per nascondere il proprio arsenale dietro lo scudo dei negoziati.

La reazione di Beirut, tuttavia, è di totale chiusura rispetto a questo schema. Funzionari governativi libanesi hanno smentito oggi di essere a conoscenza di un presunto incontro bilaterale con Washington previsto per la prossima settimana, sottolineando una linea rossa invalicabile: “non ci saranno negoziati sotto il fuoco”. Per la leadership libanese, accettare il dialogo mentre i caccia israeliani colpiscono il sud del Paese equivarrebbe a una resa incondizionata, un suicidio politico che nessun attore istituzionale a Beirut sembra pronto a compiere, specialmente sotto la pressione incrociata delle piazze e delle milizie sciite.

IL “PROFILO BASSO” CHIESTO DA TRUMP: LA DIPLOMAZIA DEL TYCOON. In questo contesto di attrito permanente, emerge il ruolo di Donald Trump come mediatore che cerca di bilanciare le esigenze dell'alleato storico con la necessità di portare a casa un successo diplomatico con l'Iran. In un'intervista rilasciata ieri a NBC News, il presidente americano ha confermato di aver esercitato una pressione diretta su Netanyahu già mercoledì scorso. L'obiettivo era ottenere una de-escalation in Libano per evitare di far saltare il tavolo di Islamabad prima ancora che iniziasse. “Ho parlato con Bibi e lui intende mantenere un profilo basso. Credo che anche noi dobbiamo essere un po' più discreti”, ha dichiarato Trump. La scelta del termine “discreti” suggerisce un tentativo di spostare il conflitto fuori dai radar della cronaca quotidiana, riducendo l'intensità percepita degli attacchi senza necessariamente chiederne la cessazione totale. È una diplomazia che legge la realtà in termini di “percezione” e “momentum”: Trump sa che per far capitolare Teheran ha bisogno che la leadership iraniana non si senta umiliata pubblicamente dall'annientamento simultaneo del suo principale alleato regionale. Tuttavia, i fatti di ieri e di oggi dimostrano che il “profilo basso” di Netanyahu è un concetto che definire elastico è un eufemismo, non escludendo colpi durissimi alle infrastrutture di Hezbollah.

LO SCONTRO DIPLOMATICO CON IL PAKISTAN: L'INCIDENTE ASIF. Un elemento di disturbo inatteso è giunto dal Paese che ospita i colloqui di pace: il Pakistan. Il Ministro della Difesa Khawaja Asif ha scatenato una crisi diplomatica con un post infuocato sulla piattaforma X pubblicato ieri, nel quale definiva Israele “una maledizione per l'umanità”. Le parole di Asif, cariche di una retorica estrema, hanno accusato Israele di commettere un “genocidio” non solo a Gaza e in Libano, ma indicando anche l'Iran come vittima della violenza dell’esercito con la stella di David. Nel testo, rimosso oggi dopo le furiose proteste di Gerusalemme, il ministro scriveva: "Mentre a Islamabad sono in corso colloqui di pace, in Libano si sta commettendo un genocidio. Cittadini innocenti vengono uccisi da Israele, prima a Gaza, poi dall'Iran e ora dal Libano, e lo spargimento di sangue continua senza sosta". Il passaggio più controverso riguardava l'auspicio che "coloro che hanno creato questo stato cancerogeno sulla terra palestinese per sbarazzarsi degli ebrei europei brucino all'inferno". Israele ha reagito con sdegno, mettendo ufficialmente in dubbio l'imparzialità e la capacità del Pakistan di fungere da mediatore credibile tra Stati Uniti e Iran. La cancellazione del post oggi non ha cancellato il sospetto che l'atmosfera a Islamabad sia molto meno neutra di quanto la diplomazia di Vance vorrebbe far credere.

IL LIBANO COME MERCE DI SCAMBIO? Leggendo tra le righe delle dichiarazioni incrociate, appare evidente che il Libano sia diventato il vero “laboratorio” della crisi. Israele sta cercando di forzare la mano per ottenere ciò che anni di risoluzioni ONU non hanno prodotto: il disarmo di Hezbollah. Netanyahu sa che questa è la finestra temporale ideale, mentre l'Iran è sotto la minaccia di un intervento diretto degli Stati Uniti e cerca disperatamente una tregua economica. Dall'altro lato, la riluttanza di Beirut a negoziare “sotto il fuoco” nasconde la paralisi di uno Stato che non ha più il controllo del proprio territorio e che teme che un accordo tra grandi potenze possa avvenire sopra la sua testa, trasformando il Libano in una zona cuscinetto permanentemente militarizzata o in uno Stato fallito sotto tutela internazionale. La missione di JD Vance a Islamabad dovrà sciogliere questo nodo: se l'Iran non riuscirà a garantire una tregua anche sul fronte libanese, il cessate il fuoco di due settimane rischia di diventare solo una breve parentesi prima di una deflagrazione ancora più vasta, che potrebbe coinvolgere direttamente le truppe di terra israeliane in un'invasione su vasta scala del sud del Libano, scenario che l'IDF sembra preparare con i raid chirurgici di ieri e di oggi. (10 APR – deg)

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