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direttore Paolo Pagliaro

UNGHERIA, L’ERA ORBAN
E’ GIUNTA AL CAPOLINEA

UNGHERIA, L’ERA ORBAN <BR> E’ GIUNTA AL CAPOLINEA

La parabola politica di Viktor Orbán, l’uomo che per sedici anni ha plasmato l’Ungheria a sua immagine e somiglianza trasformandola in una spina nel fianco per l’Unione Europea e in un punto d’appoggio per Mosca all’interno dell’Unione, si è interrotta bruscamente grazie al verdetto delle urne. Con il 98,74% dei voti scrutinati, il risultato del voto non lascia spazio a interpretazioni: il partito di opposizione Tisza, guidato dall'ex insider del regime Péter Magyar (NELLA FOTO), ha ottenuto 138 seggi su 199, conquistando quella supermaggioranza costituzionale che era stata, per quasi un ventennio, lo strumento principale del potere di Fidesz.

LA FINE DI UN'ERA E IL TERREMOTO GEOPOLITICO. Il risultato elettorale di ieri rappresenta molto più di un semplice avvicendamento democratico; è un sisma che ridefinisce gli equilibri di potere nel cuore del Vecchio Continente. Per anni, Budapest è stata la “capitale morale” della destra sovranista globale e il principale ponte del Cremlino in Europa. La caduta di Orbán, come accennato, significa per Mosca la perdita del suo alleato più prezioso e affidabile all'interno del Consiglio Europeo e della NATO. Mentre i mercati hanno reagito positivamente con un rafforzamento del fiorino ungherese rispetto all'euro, la diplomazia internazionale sta già ricalibrando i propri assetti. In particolare, la Casa Bianca, sotto l'attuale amministrazione Trump, si trova in una posizione paradossale. Sebbene il Dipartimento di Stato debba gestire la realtà di un'Ungheria che vira decisamente verso un atlantismo più tradizionale e pro-UE sotto la guida di Magyar, la vicinanza personale e politica tra Donald Trump e Viktor Orbán crea una frizione evidente. Orbán è stato il primo leader europeo a sostenere Trump nel 2016 e, solo pochi mesi fa, nel novembre 2025, è stato ricevuto alla Casa Bianca con onori riservati a pochi, definito dal presidente americano come “un grande leader”.

Nelle ultime 14 ore, il silenzio di Donald Trump riguardo alla sconfitta del suo “amico” ungherese è apparso assordante. Mentre ieri i suoi alleati più stretti, come Elon Musk, lamentavano apertamente il risultato parlando di una presunta influenza di organizzazioni esterne, il presidente degli Stati Uniti non ha ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali di congratulazioni o di rammarico nelle prime ore di oggi. Questo distacco suggerisce una cauta valutazione pragmatica: se da un lato Trump perde un “super devoto” che condivideva la sua linea dura sull'immigrazione e lo scetticismo verso le istituzioni globali, dall'altro la stabilità della NATO in un momento di tensioni con l'Iran (che nelle ore di oggi vede minacce di blocchi nello Stretto di Hormuz) rimane una priorità strategica che il nuovo governo Magyar sembra garantire meglio del precedente.

Al contrario, i Democratici americani hanno celebrato apertamente il voto di ieri. Hakeem Jeffries, leader della minoranza alla Camera, ha definito la caduta di Orbán un segnale per i “sicofanti di Trump” e per gli estremisti MAGA. Per Washington, la lettura tra le righe indica che il modello di “democrazia illiberale” non è più considerato imbattibile, un messaggio che la Casa Bianca non può ignorare in vista delle sfide interne.

LE DICHIARAZIONI DEI PROTAGONISTI: AMMISSIONE E RISCOSSA. La serata di ieri è stata segnata da una drammaturgia politica impeccabile. Viktor Orbán, visibilmente segnato ma mantenendo un tono di composta rassegnazione, si è presentato davanti ai suoi sostenitori poco prima della mezzanotte italiana per ammettere la sconfitta. “Il risultato elettorale è doloroso per noi, ma chiaro. La responsabilità e la possibilità di governare non ci sono state date. Mi sono congratulato con il vincitore”.  Orbán ha poi aggiunto, parlando ai giornalisti, che Fidesz servirà la nazione dai banchi dell'opposizione: “Dall'opposizione serviremo anche la nostra patria e la nazione ungherese”. Dall'altra parte della città, lungo le sponde del Danubio, l'atmosfera era di euforia pura. Péter Magyar, accolto da una folla oceanica, ha proclamato l'inizio di una nuova epoca per l'Ungheria: “Ce l'abbiamo fatta. Insieme abbiamo rovesciato il regime ungherese. Stasera la verità ha prevalso sulle bugie”. Magyar ha poi rivolto lo sguardo a Bruxelles e Washington, dichiarando: “L'Ungheria sarà di nuovo un alleato molto forte dell'Unione Europea e della NATO. Abbiamo detto sì all'Europa”.

IL CROLLO DEL “PONTE PER MOSCA”. Per il Cremlino, la giornata di ieri segna la perdita di una “testa di ponte” strategica nel panorama europeo difficile da digerire. Orbán non era solo un partner commerciale, ma un attivo oppositore delle sanzioni e del supporto militare all'Ucraina. La vittoria di Tisza rimuove l'ultimo grande veto sistemico alle politiche comuni di difesa e sostegno a Kiev. Fonti diplomatiche suggeriscono che la perdita di questo “alleato” costringerà la Russia a cercare nuovi interlocutori tra le frange populiste del continente, ma senza più il peso istituzionale di un governo nazionale con diritto di veto. Analizzando la reazione gelida che trapela dai media russi nelle ore di oggi, emerge la consapevolezza che il “modello ungherese” di democrazia illiberale è fallito sotto il peso della corruzione e della stagnazione economica. Non è un caso che tra la folla a Budapest, dopo la mezzanotte, si levassero cori come “Russi a casa!” insieme a canti di liberazione.

REAZIONI INTERNAZIONALI E LA FESTA DI BUDAPEST. Le congratulazioni per Magyar sono giunte rapidamente. Dalle prime ore di oggi, i leader europei hanno salutato il risultato come un “ritorno a casa” dell'Ungheria. Ursula von der Leyen ha dichiarato che “il cuore dell'Europa batte più forte in Ungheria stasera”, mentre il polacco Donald Tusk ha celebrato una “vittoria gloriosa” che ricompatta il fronte est della UE. “Congratulazioni a Magyar per la chiara vittoria. Il governo italiano gli augura buon lavoro” ha scritto su X la premier Giorgia Meloni. A Budapest, la festa iniziata ieri sera si è protratta fino alle prime luci di oggi. Le piazze centrali sono diventate un mosaico di bandiere ungheresi ed europee. La percezione comune tra i cittadini non è solo quella di un cambio di governo, ma di una vera e propria liberazione da un sistema cronicizzato. “Volevamo solo tornare a essere un Paese normale,” ripetono i manifestanti. Tuttavia, la sfida per il nuovo governo inizia oggi. Con 138 seggi, Magyar ha il potere di smantellare le riforme costituzionali di Orbán, ma dovrà farlo mentre affronta un'economia fragile e il compito titanico di sradicare il clientelismo radicato in sedici anni di potere assoluto. (13 APR – deg)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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