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TRUMP: ATTACCO AL PAPA
E ULTIMATUM SU HORMUZ

TRUMP: ATTACCO AL PAPA <BR> E ULTIMATUM SU HORMUZ

Il Medio Oriente e le diplomazie globali si trovano in queste ore sull'orlo di una frattura che rischia di diventare insanabile. La scadenza fissata dalla Casa Bianca per le 10 ET di oggi (le 16 in Italia) segna l'inizio ufficiale di quello che è stato definito come un blocco navale selettivo ai danni della Repubblica Islamica. La tensione, già ai livelli di guardia dopo il fallimento dei negoziati di Islamabad registratosi sabato, è deflagrata in una guerra di nervi che vede il presidente americano Donald Trump impegnato non solo sul fronte militare, ma anche in un attacco frontale e senza precedenti contro il soglio pontificio.

L’ULTIMATUM DI TRUMP E LA STRATEGIA DELLA MASSIMA PRESSIONE. Dalle prime ore di oggi, il tycoon ha utilizzato i suoi canali social per ribadire la fermezza della posizione statunitense. “Gli Stati Uniti bloccheranno le navi in entrata e in uscita dai porti iraniani il 13 aprile alle 10:00 [le 16:00 in Italia]”, ha scritto l’inquilino della Casa Bianca su Truth Social, confermando quanto già anticipato ai giornalisti nella serata di ieri. L'analisi del linguaggio presidenziale suggerisce una volontà di proiettare un'immagine di dominio assoluto. Commentando lo stato del cessate il fuoco temporaneo, Trump ha affermato nella serata di ieri che la tregua “sta reggendo bene”, pur dipingendo un quadro impietoso delle capacità difensive di Teheran. Riferendosi alle forze iraniane, il presidente ha dichiarato: “Il loro esercito è distrutto. Tutta la loro marina è sott'acqua”. Queste affermazioni, lette tra le righe, indicano il tentativo di giustificare l'imminente blocco navale non come un atto di aggressione, ma come un'operazione di polizia internazionale su un avversario considerato militarmente annientato.

IL FRONTE RELIGIOSO: L'ATTACCO FRONTALE A PAPA LEONE XIV. Uno degli aspetti più sconcertanti della crisi attuale è lo scontro verbale che Trump ha innescato con il Vaticano, elevando il livello dello scontro a una dimensione personale e istituzionale mai vista prima. In una serie di post pubblicati su Truth Social alle 3:45 di oggi, il presidente ha rivendicato un ruolo decisivo persino nell'elezione del Pontefice. “Leone dovrebbe essermi grato perché, come tutti sanno, la sua nomina è stata una sorpresa sconcertante. Non figurava in nessuna lista dei papabili ed è stato scelto dalla Chiesa esclusivamente perché americano; si riteneva, infatti, che quello fosse il modo migliore per gestire il rapporto con il presidente Donald J. Trump”. Il tycoon ha rincarato la dose con una dichiarazione che mette in discussione l'autonomia della Santa Sede: “Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano”. Trump ha poi descritto il Pontefice come “debole sul fronte della criminalità e pessimo in politica estera”, accusandolo di incoerenza per le restrizioni subite dalle chiese durante la pandemia: “Parla della paura nei confronti dell'amministrazione Trump, ma non menziona la paura che la chiesa cattolica — e tutte le altre organizzazioni cristiane — hanno provato durante il Covid, quando venivano arrestati sacerdoti, ministri di culto e chiunque altro per aver celebrato funzioni religiose”. La critica è poi scesa sul piano dottrinale e geopolitico: “Non voglio un Papa che ritenga accettabile che l'Iran possieda l'arma nucleare”. In un passaggio ancora più provocatorio, Trump ha citato il fratello del Pontefice: “Preferisco di gran lunga suo fratello Louis perché è totalmente Maga. Lui ha capito tutto”.

REAZIONI INTERNE E LA CRISI DI CONSENSO: IL CASO MARK KELLY. La risposta politica interna non si è fatta attendere. Nelle prime ore di oggi, il senatore democratico Mark Kelly ha espresso una dura condanna via social, sottolineando il paradosso di un presidente che attacca il leader della sua stessa fede. “Da cattolico, trovo abominevole che il Presidente degli Stati Uniti attacchi pubblicamente il successore di San Pietro”, ha dichiarato Kelly, aggiungendo che “Donald Trump sta perdendo il controllo”. Il senatore ha poi spostato l'attenzione sulle conseguenze umane del conflitto, affermando che “la sua guerra in Iran ha provocato morti e feriti tra i soldati americani, nonché la morte di bambini iraniani”. Secondo Kelly, il Presidente “attaccherebbe chiunque o qualsiasi cosa nel tentativo di proteggere se stesso, persino la Chiesa in cui milioni di americani trovano fede e conforto ogni giorno”. Questa dichiarazione evidenzia come la crisi iraniana stia diventando un terreno di scontro elettorale feroce, dove il bilancio delle vittime viene utilizzato per minare la narrazione di una “guerra senza costi”" promossa dalla Casa Bianca.

LO SCACCHIERE DI HORMUZ: LOGISTICA DEL BLOCCO E RISPOSTE IRANIANE. Sotto il profilo operativo, la situazione nello Stretto di Hormuz appare critica. Secondo le direttive del CENTCOM diffuse nel tardo pomeriggio di ieri, le forze statunitensi inizieranno, come accennato, l'attuazione del blocco alle 16 ora italiana di oggi. La disposizione prevede il fermo di tutto il traffico marittimo in entrata e in uscita dai porti iraniani, pur consentendo il transito alle navi che non hanno legami commerciali con la Repubblica Islamica. La Marina iraniana ha reagito prontamente, definendo “ridicole” le minacce di blocco. Nelle comunicazioni ufficiali odierne, Teheran ha assicurato che le proprie forze navali stanno monitorando “tutti” i movimenti statunitensi nella regione. Tra le righe, la risposta iraniana non sembra preludere a un attacco suicida contro la flotta USA, ma piuttosto a una tattica di disturbo e di “guerra asimmetrica” che potrebbe mettere a rischio il traffico petrolifero globale, ben oltre le navi dirette in Iran.

IL FALLIMENTO DIPLOMATICO DI ISLAMABAD: CRONACA DI UNA ROTTURA. Mentre Trump sosteneva su Truth Social che “l'incontro è andato bene” e che “la maggior parte dei punti sono stati concordati”, la realtà emersa dal racconto di diversi funzionari vicini ai negoziati racconta una storia diversa. Sabato, le delegazioni sono rientrate nelle rispettive capitali senza aver raggiunto un accordo su questioni strutturali.  L'Iran ha ribadito la propria posizione attraverso il ministro degli Esteri Abbas Araghtchi, il quale, nelle dichiarazioni rilasciate oggi, ha ammesso che le parti erano “a un passo” dall'accordo a Islamabad, ma ha attribuito il fallimento all’ “intransigenza americana”. Le “linee rosse” statunitensi — che includono lo smantellamento totale degli impianti di arricchimento, la consegna dell'uranio già prodotto e la cessazione dei finanziamenti a Hamas, Hezbollah e Houthi — sono percepite da Teheran come una richiesta di resa incondizionata più che come una base negoziale. Inoltre, la pretesa americana di una completa apertura di Hormuz senza pedaggi è stata interpretata come una violazione della sovranità territoriale iraniana sulle proprie acque. In tale contingenza, la scadenza di oggi alle 16 non è solo un termine temporale, ma un punto di non ritorno simbolico. Se il blocco navale verrà attuato rigorosamente, la tregua “che regge bene” potrebbe trasformarsi nuovamente in un conflitto aperto nel giro di pochi minuti. Il vero significato dell'attacco al Papa e dell'ultimatum a Hormuz risiede nel tentativo di Trump di creare uno stato di emergenza permanente che giustifichi l'azione unilaterale, scavalcando sia le istituzioni internazionali che la resistenza interna. Mentre il mondo attende lo scoccare dell'ora fatidica, la diplomazia sotterranea tenta un ultimo, disperato contatto tra Islamabad e Washington, ma lo spazio di manovra appare ormai soffocato dalla retorica dell'ultimatum.

(13 APR – deg)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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