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direttore Paolo Pagliaro

HORMUZ SOTTO ASSEDIO
LA CINA SFIDA IL BLOCCO

HORMUZ SOTTO ASSEDIO <BR> LA CINA SFIDA IL BLOCCO

La crisi tra Washington e Teheran è entrata in una nuova fase di confronto armato, che potenzialmente potrebbe degenerare in uno stallo dalle conseguenze disastrose per l'economia mondiale. Il dispositivo militare statunitense nello Stretto di Hormuz è operativo dalle 16 di ieri ora italiana, segnando l’inizio di un blocco navale sistematico volto a isolare i porti della Repubblica Islamica. Da oltre 14 ore, le unità della Marina americana pattugliano le acque strategiche con l’ordine tassativo di interdire il traffico commerciale diretto o proveniente dall'Iran, trasformando il braccio di mare in un collo di bottiglia presidiato militarmente. Il cambio di passo della Casa Bianca giunge dopo il fallimento dei negoziati tenutisi durante lo scorso fine settimana a Islamabad, in Pakistan, dove per 21 ore le delegazioni hanno tentato invano di scongiurare l'escalation. La situazione sul campo rimane estremamente volatile: mentre le navi statunitensi stringono la morsa, l’Iran risponde con minacce di ritorsione che rischiano di incendiare l’intera regione del Golfo.

LA DIFESA DEL BLOCCO E IL FALLIMENTO DIPLOMATICO DI ISLAMABAD. Il vicepresidente JD Vance, rientrato negli Stati Uniti dopo aver guidato la delegazione americana nei colloqui infruttuosi in Pakistan, ha rotto il silenzio ieri sera durante un’intervista rilasciata a Fox News. Vance ha presentato il blocco navale non come un atto di aggressione, ma come una necessaria contromisura al “terrorismo economico” perpetrato da Teheran attraverso la precedente chiusura di fatto dello stretto. “La palla è nel campo degli iraniani”, ha dichiarato Vance, sottolineando come la delegazione iraniana ai colloqui di pace non fosse, a suo dire, in grado di “raggiungere un accordo”. Secondo la lettura statunitense, le richieste di Washington restano “imprescindibili”: il controllo totale dell'uranio arricchito e l’istituzione di un meccanismo di verifica infallibile per garantire che l’Iran non possa mai acquisire armi nucleari. Vance ha poi aggiunto, con tono fermo: “Beh, come ha dimostrato il presidente degli Stati Uniti, anche a questo gioco si può giocare in due”, giustificando la decisione di abbandonare il tavolo negoziale dopo meno di un giorno di trattative.

LE MINACCE DI TRUMP E LA DOTTRINA DELLA “DISTRUZIONE TOTALE”. Donald Trump ha inasprito ulteriormente i toni, delineando regole d'ingaggio aggressive per le unità navali nel Golfo. Il presidente ha esplicitamente minacciato di “distruggere” qualsiasi “nave d'attacco veloce” iraniana che osasse violare o disturbare il blocco navale imposto dagli Stati Uniti. Questa dichiarazione non è solo un avvertimento tattico, ma riflette la volontà di rispondere con la forza letale a qualsiasi tentativo di provocazione asimmetrica, tattica spesso utilizzata dalle Guardie della Rivoluzione attraverso i barchini veloci per infastidire le unità di linea americane. L'approccio di Trump sembra mirato a testare la soglia di tolleranza di Teheran, puntando a una resa diplomatica attraverso la massima pressione militare. Tuttavia, in una simili contingenza, questa politica del rischio calcolato ha margini di errore forse troppo esigui: un singolo incidente a fuoco tra un cacciatorpediniere statunitense e una motovedetta iraniana potrebbe innescare una reazione a catena incontrollabile.

LA REAZIONE DI TEHERAN: ACCUSE DI PIRATERIA E MINACCE REGIONALI. La risposta dell’Iran è stata immediata e improntata alla denuncia internazionale. Teheran ha definito il blocco navale un atto “illegale” di “pirateria” e una “grave violazione” della sua sovranità. La retorica iraniana non si è però limitata alla protesta formale; il regime ha lanciato un avvertimento diretto ai suoi vicini del Golfo, dichiarando che avrebbe preso di mira i porti dei paesi limitrofi se “la sicurezza dei porti della Repubblica islamica fosse minacciata”.

Questo scenario prefigura un'internazionalizzazione del conflitto: minacciando le infrastrutture portuali dei paesi alleati degli Stati Uniti nella regione, l'Iran tenta di fare pressione su Washington attraverso i partner locali, mettendo a rischio l'intera catena di approvvigionamento energetico globale. La percezione iraniana è quella di un assedio esistenziale, al quale Teheran sembra pronta a rispondere con una strategia di difesa aggressiva e decentrata.

IL CASO DELLA "RICH STARRY": LA SFIDA CINESE AL BLOCCO. Nonostante l'imponenza dello schieramento americano, la mattina di oggi ha registrato il primo episodio di violazione del blocco. Secondo i dati di navigazione forniti da LSEG, MarineTraffic e Kpler, una petroliera cinese già sotto sanzioni statunitensi, la Rich Starry, è riuscita ad attraversare lo Stretto di Hormuz e a uscire dal Golfo. La nave, di proprietà della Shanghai Xuanrun Shipping Co Ltd, rappresenta il primo test fisico della tenuta della sorveglianza statunitense. Il transito della Rich Starry pone un dilemma strategico agli Stati Uniti: intervenire con la forza contro una nave di una superpotenza come la Cina significherebbe aprire un secondo fronte di tensione globale. Al momento, la società proprietaria non ha rilasciato commenti, ma l'evento suggerisce che Pechino potrebbe non avere intenzione di rispettare passivamente le restrizioni unilaterali imposte da Washington, complicando l'efficacia del blocco sul lungo periodo.

UNO SPIRAGLIO DIPLOMATICO: LA PROPOSTA PAKISTANA. In questo clima di estrema tensione, il Pakistan cerca di riaprire i canali del dialogo. Funzionari pakistani hanno riferito oggi, a condizione di anonimato, che Islamabad ha proposto di ospitare un secondo round di colloqui nei prossimi giorni, idealmente prima della scadenza formale del cessate il fuoco. La proposta, tuttavia, resta legata alla disponibilità delle parti a cambiare sede o a modificare le condizioni di base che hanno portato al fallimento del primo incontro. Secondo le fonti diplomatiche di Islamabad, il primo round non deve essere considerato un’iniziativa isolata, ma parte di un “processo diplomatico in corso”. Tuttavia, le posizioni espresse da Vance e le minacce di Trump rendono la riapertura del tavolo estremamente difficile, a meno di un segnale di distensione che, al momento, nessuna delle due parti sembra intenzionata a dare. Secondo le fonti diplomatiche di Islamabad, il primo round non deve essere considerato un’iniziativa isolata, ma parte di un “processo diplomatico in corso”. Tuttavia, le posizioni espresse da Vance e le minacce di Trump rendono la riapertura del tavolo estremamente difficile, a meno di un segnale di distensione che, al momento, nessuna delle due parti sembra intenzionata a dare. (14 APR – deg)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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