Babak Alipour, Pouya Ghobadi, Akbar (Shahrokh) Daneshvarkar e Mohammad Taghavi Sangdehi sono gli ultimi prigionieri politici e dissidenti messi a morte in Iran alla fine di marzo. Vahid Bani Amerian, Abolhassan Montazer, Mohammad Amin Biglari, Ali Fahim, Abolfazl Salehi Siavashani, Amirhossein Hatami e Vahedparast Kolo rischiano di essere i prossimi. Non importa che il paese sia sotto le bombe israeliane e statunitensi. Il nastro trasportatore della morte, simbolo della repressione, si muove a tutta velocità inghiottendo persone come fossero bagagli destinati a un imbarco letale.
Mohammad Amin Biglari, Ali Fahim, Abolfazl Salehi Siavashani, Amirhossein Hatami e Vahedparast Kolo sono stati arrestati durante le proteste di gennaio e subito condannati a morte per il reato di moharebeh (inimicizia contro Dio) per avere, secondo l’accusa, incendiato una base dei paramilitari basij nella capitale Teheran.
Vahid Bani Amerian e Abolhassan Montazer sono stati condannati a morte nell’ottobre 2024 per il reato di baghi (ribellione armata). Hanno sempre negato di aver agito con le armi contro lo stato. I sette prigionieri sono stati trasferiti dalle rispettive prigioni verso luoghi sconosciuti, segnale terrificante che la loro impiccagione possa essere imminente.
I quattro prigionieri già impiccati e i sette a rischio di esserlo avevano denunciato di essere stati torturati in carcere. I loro processi sono durati poche ore. A marzo erano stati già messi a morte Saleh Mohammadi, Mehdi Ghasemi e Saeed Davoudi, che avevano preso parte alle proteste di gennaio, e Kouroush Keyvani, quest’ultimo con passaporto svedese e per l’accusa di spionaggio.
*Amnesty International





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