Il report annuale di PICUM (Platform for International Cooperation on Undocumented Migrants) ci dice che nell’l'Unione Europea almeno 110 persone stanno affrontando procedimenti giudiziari per aver agito in solidarietà con i migranti o semplicemente per aver fornito loro servizi di base. Il dato conferma una tendenza consolidata e in continuità con il passato, ma le cifre reali sono quasi certamente più alte: molti casi non emergono per paura di ritorsioni, e il monitoraggio mediatico su cui si basa la ricerca non può coprire ogni episodio. Il paradosso centrale è che la stragrande maggioranza degli imputati viene alla fine prosciolta. Eppure il processo in sé — lungo, costoso, socialmente logorante — funziona già da deterrente. L'accusa, formalmente, è spesso quella di "favoreggiamento" o "traffico di migranti", reati che nella pratica vengono applicati anche a chi porta cibo, offre assistenza legale, o effettua un soccorso in mare: azioni riconducibili a qualsiasi definizione ragionevole di solidarietà umanitaria. Oltre ai procedimenti penali, 11 organizzazioni — in prevalenza ONG di search and rescue nel Mediterraneo — hanno subito sanzioni amministrative mirate a bloccare o ostacolare le loro operazioni. A questi si aggiungono 33 casi documentati di molestie non giudiziarie: intimidazioni, campagne diffamatorie, sequestri di attrezzature, minacce fisiche. Un arsenale di strumenti che va ben oltre l'aula di tribunale.
Preoccupante è anche la criminalizzazione di figure professionali che operano nel quadro delle loro ordinarie mansioni: avvocati, psichiatri, interpreti e psicologi accusati di aver attestato falsamente condizioni di vulnerabilità, oltre a due tassisti incriminati per aver trasportato migranti irregolari. Il report copre Francia, Grecia, Ungheria, Italia e Polonia — paesi nei quali lo spazio civico per chi lavora a supporto dei migranti si sta progressivamente restringendo.





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