L'amministrazione Trump ha optato per un azzardato gioco d'attesa strategica, trasformando quella che doveva essere una scadenza perentoria in un “cessate il fuoco a tempo indeterminato”. La decisione, comunicata dal tycoon nella serata di ieri, martedì 21 aprile, segna un brusco rallentamento nell'escalation militare, pur mantenendo intatta la morsa economica attraverso un blocco navale che sta portando l'economia di Teheran al punto di rottura. Mentre a Washington si parla di “concedere tempo” alle fazioni iraniane per trovare una quadra interna, a Islamabad il vuoto diplomatico lasciato dal rinvio della visita del vicepresidente JD Vance suggerisce una realtà più complessa: un negoziato che, al momento, manca di interlocutori credibili e pronti al compromesso.
LA RITIRATA STRATEGICA DI TRUMP E IL FATTORE PAKISTANO. Dopo aver minacciato per giorni di “annientare” le infrastrutture civili e i ponti iraniani, il presidente degli Stati Uniti ha sorpreso gli osservatori scegliendo la via della proroga. La motivazione ufficiale, affidata ai canali social ieri, risiede nella necessità di attendere una “proposta unitaria” da parte del regime di Teheran. Trump ha scritto su Truth Social di aver deciso di “estendere il cessate il fuoco” fino a quando “l'Iran non presenterà una proposta per porre fine al conflitto”. Questa mossa appare come un tentativo di capitalizzare sulle evidenti spaccature tra l'ala politica e quella militare-securitaria della Repubblica Islamica, evitando al contempo un'escalation che avrebbe conseguenze imprevedibili sui prezzi globali dell'energia.
Un ruolo cruciale in questa decisione è stato giocato dal Pakistan. Il primo ministro Shehbaz Sharif ha agito come mediatore di ultima istanza, convincendo la Casa Bianca a non premere il grilletto domenica scorsa. Sharif ha espresso pubblicamente la sua gratitudine oggi, mercoledì 22 aprile, dichiarando: “Ringrazio sinceramente il presidente Trump per aver gentilmente accettato la nostra richiesta di estendere il cessate il fuoco, al fine di consentire la prosecuzione degli sforzi diplomatici in corso”. Il leader pakistano ha poi aggiunto: “Con la fiducia riposta in essa, il Pakistan continuerà i suoi sforzi per una soluzione negoziata del conflitto", sottolineando la speranza che le parti raggiungano un "accordo di pace globale” durante il secondo round di negoziati previsto proprio a Islamabad ma che secondo alcuni media iraniani non si svolgeranno per il rifiuto dei rappresentanti di Teheran a sedersi a un tavolo che, a loro dire, non rappresenterebbe che “una perdita di tempo” in quanto gli USA – secondo quanto reso noto dall’agenzia semi ufficiale Tasnim – “non hanno fatto marcia indietro sulle loro richieste eccessive”.
LA GEOPOLITICA DEL BARILE: HORMUZ E KHARG SOTTO ASSEDIO. Se sul piano dei bombardamenti Trump ha concesso una tregua, su quello economico la strategia della “Economic Fury” non accenna a diminuire. Il fulcro della contesa resta lo Stretto di Hormuz. The Donald ha chiarito senza mezzi termini che il blocco navale resterà in vigore, smascherando quella che definisce la retorica iraniana sulla chiusura dello stretto. “L'Iran non vuole che lo Stretto di Hormuz venga chiuso; al contrario, vuole che rimanga aperto in modo da poter incassare 500 milioni di dollari al giorno (che è quanto perderebbe se venisse chiuso)”, ha affermato il presidente. Secondo l'analisi della Casa Bianca, se Teheran “sostiene di volerne la chiusura, è solo perché l'ho bloccato completamente (...) e quindi stanno semplicemente cercando di 'salvare la faccia'”.
La pressione è quasi insostenibile per le infrastrutture petrolifere iraniane. Il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent ha lanciato un avvertimento preciso ieri sera: “Entro pochi giorni, i depositi sull'isola di Kharg (il centro nevralgico dell'industria petrolifera iraniana) saranno saturi e i fragili pozzi petroliferi iraniani saranno chiusi”. Bessent ha rimarcato che “limitare il commercio marittimo iraniano colpisce direttamente le principali fonti di reddito del regime”, evidenziando come l'amministrazione punti a far implodere il sistema dall'interno, riducendo la capacità del regime di finanziare le proprie attività di sicurezza.
IL PENTAGONO “RIARMA E RIATTREZZA” IN ATTESA DEL VIA LIBERA. Nonostante il silenzio dei cannoni, la macchina bellica statunitense rimane in stato di massima allerta. Il CENTCOM ha diffuso ieri un messaggio video volto a mostrare la potenza di fuoco pronta all'uso, con l'ammiraglio Brad Cooper che ha fornito un aggiornamento sulla postura delle forze nell'area. “Ci stiamo riarmando. Ci stiamo riattrezzando e stiamo adattando le nostre tattiche, tecniche e procedure”, ha dichiarato Cooper. Il comandante del CENTCOM ha voluto sottolineare la flessibilità del dispositivo militare: “Non esiste al mondo un esercito che si adatti come il nostro, ed è esattamente quello che stiamo facendo ora durante il cessate il fuoco”. Queste dichiarazioni, rilasciate durante una conferenza stampa con il Segretario alla Difesa Pete Hegseth, servono evidentemente a ricordare a Teheran che la tregua è revocabile in qualsiasi momento. L'amministrazione Trump sta quindi usando questo tempo non per una distensione, ma per una “pausa tecnica” operativa, affinando i piani di attacco qualora la diplomazia pakistana dovesse fallire definitivamente.
L'INIZIATIVA ANGLO-FRANCESE PER HORMUZ. In questo contesto di incertezza statunitense, l'Europa tenta di muoversi autonomamente per salvaguardare i propri interessi commerciali. Il Regno Unito ha annunciato che ospiterà oggi e domani personale militare di circa 30 paesi per discutere la creazione di una missione congiunta anglo-francese. L'obiettivo dichiarato dal ministero della Difesa britannico è “avanzare nella pianificazione dettagliata” per la protezione della navigazione nello Stretto di Hormuz. Questa iniziativa, che segue i progressi dei colloqui di Parigi della scorsa settimana, mira a preparare il terreno per una riapertura dello stretto non appena le condizioni politiche lo permetteranno, cercando di svincolare parzialmente la sicurezza energetica europea dai tempi e dagli umori della Casa Bianca. (22 APR - deg)
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