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direttore Paolo Pagliaro

VERSO L'AUSTERITY?
RISALE L'OMBRA DEL 1973

VERSO L'AUSTERITY? <br> RISALE L'OMBRA DEL 1973

Il conflitto esploso in Iran lo scorso febbraio ha bruscamente interrotto l'illusione di una transizione energetica indolore, riportando l'Europa e il mondo intero a un clima che sembrava confinato nei libri di storia: quello dell'Austerity degli anni '70. La chiusura dello Stretto di Hormuz, vera e propria giugulare del commercio energetico mondiale, ha innescato una reazione a catena che non si limita al solo rincaro dei carburanti, ma mette in discussione la stabilità geopolitica globale, creando un solco profondo tra le nazioni autosufficienti e quelle strutturalmente dipendenti dalle importazioni.

Il parallelo con la crisi del 1973 è oggi più che mai attuale. Se cinquant'anni fa furono le “domeniche a piedi” a segnare l'immaginario collettivo, oggi l'austerità si manifesta in forme più tecnologiche ma altrettanto pervasive: razionamenti dei carichi energetici industriali, incentivi forzati allo smart working per ridurre la mobilità e un'inflazione che erode il potere d'acquisto delle famiglie europee. Tuttavia, la geografia del dolore di questa crisi non è uniforme. La paralisi di Hormuz agisce come un setaccio che divide il mondo in vincitori relativi e sconfitti assoluti, con conseguenze radicalmente diverse per le grandi potenze.

L’Unione Europea e la Cina si trovano oggi sul fronte più vulnerabile. Per Bruxelles, la chiusura dello stretto rappresenta un “secondo tempo” traumatico dopo il distacco dal gas russo. Nonostante l'incremento delle rinnovabili, l'industria pesante europea rimane vincolata ai flussi di GNL e greggio che transitano dal Golfo Persico. Senza quel passaggio, l'Europa si ritrova a competere su mercati spot con prezzi fuori controllo, rischiando una deindustrializzazione precoce. La Cina, dal canto suo, vive un paradosso simile: pur essendo il leader mondiale della tecnologia green, è ancora il più grande importatore di petrolio al mondo. Per Pechino, il blocco di Hormuz non è solo un costo economico, ma una minaccia alla stabilità sociale, poiché l'aumento dei costi logistici e di produzione mette a rischio il settore manifatturiero che sostiene il suo immenso mercato interno.

Diametralmente opposta è la situazione per Stati Uniti e Russia, che osservano la crisi da una posizione di forza energetica. Gli Stati Uniti, grazie alla rivoluzione dello shale oil e del fracking, sono oggi un esportatore netto di energia. Sebbene i cittadini americani risentano del rincaro dei prezzi alla pompa (con conseguenti tensioni politiche interne), l'economia statunitense nel suo complesso non subisce lo shock di approvvigionamento che affligge l'Asia o l'Europa. Al contrario, le compagnie energetiche americane traggono profitti record dalla vendita di GNL ai partner europei disperati.

La Russia, in questo scenario, gioca una partita cinica e strategica. Nonostante le sanzioni e l'isolamento diplomatico, Mosca beneficia enormemente dall'impennata dei prezzi globali. La chiusura di Hormuz elimina dal mercato la concorrenza iraniana e dei paesi del Golfo, rendendo il petrolio russo — che viaggia via terra o attraverso l'Artico — una risorsa ancora più preziosa e difficile da ignorare, nonostante i divieti internazionali. Per il Cremlino, la crisi energetica globale è un'arma di pressione politica formidabile per logorare il fronte occidentale. Dunque, mentre l'Europa riscopre il volto austero del risparmio forzato e dei sacrifici, il resto del mondo si sta riposizionando. La crisi iraniana ha dimostrato che avere giacimenti sul proprio territorio non è più solo un vantaggio commerciale, ma rischia di rappresentare uno dei requisiti fondamentale per mantenere salda la propria autorevolezza internazionale. Il rischio concreto è che questa nuova Austerity non sia una parentesi passeggera, ma l'inizio di una frammentazione globale dove chi possiede la risorsa detta le regole, e chi la importa deve rassegnarsi a un declino dei consumi che somiglia sempre più a un cambiamento strutturale dello stile di vita occidentale.

(22 APR – deg)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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