No: Dubai non è diventata una città fantasma. No: da Dubai non siamo scappati tutti a gambe levate. No: Dubai non è “finita”. Lo è per qualcuno, certamente, e senza ombra di dubbio il mese scorso è stato spaventoso, per alcuni al punto da decidere di lasciarla, ma sono almeno quindici anni che di questo posto si scrive di tutto e il contrario di tutto: “la Disneyland del Medio Oriente”, “il Paradiso dei super ricchi”, una “città finta”, ma anche “un Paese senza diritti” e una serie di altre frasi fatte e superficiali di chi vuole cavalcare l’onda del click facile, dell’invidia e della reazione “di pancia” del lettore senza alcun interesse ad approfondire una realtà semplicemente diversa, con i suoi pro e i suoi contro, come qualunque altra nel mondo.
Questa settimana le scuole di Dubai hanno riaperto e la vita, che nonostante la paura iniziale non si è mai fermata, da oggi è tornata completamente, cautamente, normale. Con un occhio sempre alle notizie (quelle di questa parte del mondo. Nessuno, infatti, si fida più della maggior parte della stampa europea e italiana che, non solo arriva generalmente in ritardo, ma in questo mese e mezzo è stato evidente a tutti che c’è una narrativa pilotata che racconta una realtà profondamente diversa da quella che viviamo realmente), con la consapevolezza che basta un colpo di testa di uno di quelli che al momento governano il mondo e la nostra vita, come quella di tantissimi altri, può veramente cambiare per sempre.
Lo spavento è stato reale e l’allerta resta alta, come l’ansia, in molti casi: i missili sulla testa, le intercettazioni che facevano tremare le finestre, i messaggi di allerta nel cuore della notte, i droni che in un paio di casi sembra siano andati a segno, i bambini terrorizzati, non è qualcosa che scivolerà addosso facilmente e la consapevolezza che potrebbe ricominciare tutto domani non è certo qualcosa che prendiamo alla leggera. Allo stesso tempo, però, chi è rimasto ha evidentemente sviluppato una resilienza e un pragmatismo che è difficile da descrivere se non come fiducia e visione pratica del futuro.
Insieme alla riapertura delle scuole oggi siamo tornati a vedere il traffico: quello che, davvero, non ci mancava, segno che tante delle famiglie che non erano ancora rientrate dopo le vacanze di Ramadan e Eid (seconda e terza settimana di marzo), approfittando della didattica a distanza e di una conseguente maggiore flessibilità nello smart working, sono rientrate in città.
Quelli che mancano sono chiaramente e comprensibilmente i turisti, vero “termometro” della salute di una città, nonostante aeroporti e alberghi siano aperti e offrano sconti e promozioni che, in altre circostanze, si sarebbero definiti “imperdibili”: sono proprio i professionisti del settore del turismo, infatti, a soffrire di più per questa crisi, perché se da un lato strutture importanti come il “burj al arab” (la famosa “vela”) si può permettere di “approfittare” della mancanza di clienti investendo in una massiccia ristrutturazione, i dipendenti degli hotel, i tassisti, i tour operator locali, le guide turistiche, persone “normali” che hanno investito denaro e anni di formazione e gavetta in un mestiere “normale” rischiano di trovarsi con nulla in mano. Insieme a loro, gli organizzatori di eventi, i piloti e il personale di bordo, i commessi dei negozietti e dei centri commerciali frequentati dai turisti, chi ha investito negli appartamenti vacanza, e che magari contava sugli affitti per pagare il mutuo, operai e piccoli imprenditori edili. Perché se i grandi cantieri non si sono mai fermati (no, la città non è in fase di “ricostruzione”, ma in una fase di ampliamento che non ha mai cessato di esistere), quelli minori, che non sono supportati da grandi capitali o da grossi gruppi finanziari, chiaramente, rischiano di soffrire, esattamente come i tantissimi, giovani, agenti immobiliari.
Così, mentre l’attenzione politica, mediatica e di una certa fetta di pubblico si concentra su quello che stanno facendo e faranno i “miliardari di Dubai”, da un lato derisi al coro di “la pacchia è finita” e dall’altro corteggiati da titoli come “i ricchi di Dubai ora investono in massa a Milano” (sarà forse questo uno dei motivi per i quali la politica ha bisogno che si creda che Dubai è finita?), si rischia di perdere di vista un problema reale: le migliaia e migliaia di “non ricchi” che a Dubai hanno trovato possibilità lavorative “normali” che il Bel Paese non è stato in grado di offrire loro. Perché, intendiamoci, è assodato che milionari e miliardari qui siano molti più che altrove, ma non sono la maggioranza della popolazione, soprattutto non lo sono nella comunità italiana (nonostante quello che qualche “influencer” ha cercato di farci credere). Se davvero Dubai “finisse”, se tutti la lasciassimo, chi se lo può permettere potrebbe forse scegliere anche Montecarlo o Singapore, ma quanti finirebbero per richiedere sussidi in Italia? A pesare sui genitori o a lavorare sottopagati, o come dipendenti a cui si richiede però la partita IVA come prima che partissero? Perché sono esattamente questi i motivi principali che hanno spinto tantissimi a cercare fortuna negli Emirati, esattamente come i nostri bisnonni l’hanno cercata in America. E chissà se anche a loro veniva ripetuto che “New York è una città finta”, visto che i suoi grattacieli, allora, erano tanto nuovi quanto quelli di Dubai oggi.
(© 9Colonne - citare la fonte)




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