Dopo la corsa agli investimenti degli anni del Covid-19, la spesa mondiale per prepararsi alla prossima pandemia sta diminuendo. Resta ancora sopra i livelli precedenti al 2020, ma la tendenza è chiara, e rischia di aggravarsi proprio dove le difese sono più fragili. È il quadro tracciato da un rapporto dell'OCSE pubblicato ieri e dedicato al monitoraggio della spesa per la prevenzione, la preparazione e la risposta (PPR, secondo l'acronimo inglese) alle minacce sanitarie globali. Il documento parte da una constatazione: minacce sanitarie sempre più frequenti e complesse richiedono investimenti costanti, ma oggi nessuno sa con precisione quanto i Paesi spendano davvero per difendersi. Le attività di preparazione, infatti, sono disperse tra numerose voci di bilancio, sanitarie e non, e non compaiono quasi mai come capitolo di spesa autonomo. Una lacuna che impedisce di verificare se le risorse corrispondano ai bisogni reali. Il perimetro considerato dall'OCSE è ampio. La preparazione non riguarda soltanto le pandemie, ma anche le grandi epidemie di malattie infettive emergenti o di ritorno, la resistenza agli antimicrobici, gli incidenti chimici, nucleari e radiologici e perfino i rischi biologici resi possibili dai progressi delle biotecnologie e dell'intelligenza artificiale.
SOTTOINVESTIMENTO ENDEMICO. Secondo gli autori, questo tipo di spesa è strutturalmente esposto al sottoinvestimento, perché ha le caratteristiche di un bene pubblico globale. Un sistema di sorveglianza efficiente o una buona capacità di risposta alle emergenze proteggono non solo il Paese che li finanzia, ma anche i vicini, riducendo il rischio che un focolaio superi i confini. Ne deriva un classico problema di azione collettiva: se i benefici ricadono su tutti, ciascuno è tentato di investire meno. A ciò si aggiunge la difficoltà di misurare il valore della prevenzione, che rende politicamente complicato preferirla a esigenze interne più immediate. Il risultato, osserva il rapporto, è che i finanziamenti sono rimasti storicamente insufficienti anche nei periodi di stabilità. Per colmare il vuoto di dati, l'OCSE ha affinato un metodo basato sul Sistema dei conti sanitari, il quadro contabile internazionale per la spesa sanitaria. A ciascuna funzione sanitaria viene attribuita una quota riconducibile alla prevenzione: la parte più consistente riguarda i programmi di vaccinazione, la sorveglianza epidemiologica e la preparazione alle emergenze. Le stime, avverte l'organizzazione, sono indicative e non comprendono gli investimenti in conto capitale, la ricerca su vaccini e farmaci né la spesa fuori dal settore sanitario. Il divario che emerge è netto. Nel 2023 i Paesi ad alto reddito hanno speso in media circa 75,7 dollari per abitante, una cifra venti volte superiore a quella dei Paesi a basso reddito, fermi a 3,7 dollari. I Paesi a reddito medio-basso si attestano a 5,5 dollari, quelli a reddito medio-alto a 11,9. Il dato si capovolge però guardando al peso relativo. Nei Paesi più poveri la preparazione assorbe una fetta molto più ampia della spesa sanitaria complessiva: tra il 5 e il 10% nei Paesi a basso e medio-basso reddito, contro meno del 2% in quelli ricchi. Lo stesso vale in rapporto al Pil: 0,5% nei Paesi a basso reddito, 0,2% in quelli a reddito medio-basso e 0,15% nei Paesi a reddito medio-alto e alto. Dopo il picco raggiunto durante la pandemia, la spesa in rapporto al Pil è diminuita in tutte le fasce di reddito. Nel 2023 restava comunque, in media, superiore del 13% ai livelli del 2019.
IL PUNTO PIÙ CRITICO RIGUARDA IL FINANZIAMENTO. Nei Paesi a basso reddito per cui sono disponibili dati, nel 2023 circa tre quarti della spesa per la prevenzione (il 74%) erano coperti da fonti esterne, soprattutto aiuti internazionali. Solo il 19% proveniva dai bilanci pubblici nazionali e il 7% dalla spesa privata. Anche Paesi particolarmente vulnerabili, come i piccoli Stati insulari del Pacifico, dipendono in larga misura dagli aiuti per sostenere i meccanismi regionali di preparazione. Una dipendenza che diventa un rischio in un momento di forte contrazione dell'aiuto pubblico allo sviluppo. Le proiezioni dell'OCSE indicano che gli aiuti alla sanità dei Paesi del Comitato di aiuto allo sviluppo, di cui fa parte anche l'Italia, potrebbero ridursi tra il 29 e il 46% tra il 2024 e il 2026, pari a un calo di 5-8 miliardi di dollari. Gli aiuti sanitari scenderebbero così di circa il 63% rispetto al picco pandemico del 2022, tornando ai livelli precedenti alla crisi finanziaria del 2008. Il rapporto cita due casi concreti. Nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda, colpiti da focolai di Ebola nel 2026, gli aiuti per la sanità sono previsti in calo rispettivamente del 47% e del 54% rispetto al 2024. Un esempio di come la riduzione delle risorse esterne possa coincidere con l'emergere di nuove minacce.
FERMI AL 2021. Già nel 2021 Banca Mondiale, Organizzazione mondiale della sanità e un panel indipendente del G20 avevano stimato un fabbisogno annuo non coperto tra 10,5 e 15 miliardi di dollari per la preparazione alle pandemie. Da allora sono stati fatti passi avanti, come la nascita del Pandemic Fund, un fondo multilaterale dedicato. Eppure, secondo le nuove stime, la spesa è diminuita in tutte le fasce di reddito tra il 2021 e il 2023. L'OCSE precisa che il volume della spesa, da solo, non misura il livello di preparazione, che dipende anche da come le risorse vengono impiegate. Ma cifre così basse alimentano dubbi sulla capacità dei Paesi più poveri, spesso i più esposti, di rafforzare le proprie difese e reagire alle future emergenze. Le conclusioni richiamano iniziative come l'Agenda di Lusaka e l'Accra Reset, che puntano a sistemi sanitari più sostenibili e finanziati con risorse interne, pur riconoscendo che molti Paesi avranno ancora bisogno di un sostegno esterno prevedibile, almeno nella fase di transizione. Per rispondere alla mancanza di dati, l'OCSE lavorerà con l'Oms, la Banca Mondiale e altri partner allo sviluppo di un Global Health and Resilience Tracker. Lo strumento combinerà dati sulla spesa sanitaria nazionale e sull'aiuto allo sviluppo per offrire un quadro più completo e coerente nel tempo, individuando le lacune di finanziamento man mano che emergono. Partendo dal settore sanitario, il tracker si estenderà progressivamente alla salute animale, all'agricoltura, alla sorveglianza ambientale e alla difesa, oltre che agli investimenti in personale, infrastrutture e sistemi informativi. Il principio di fondo, sottolinea l'organizzazione, è che una preparazione efficace richiede investimenti che vanno ben oltre gli ospedali. (25 SET - pap)
(© 9Colonne - citare la fonte)




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