UN Global Compact Network Italia (UNGCNI) - fondazione che rappresenta in Italia il Global Compact delle Nazioni Unite, l’iniziativa speciale del Segretario Generale dell’ONU, volta a promuovere la più ampia iniziativa globale per la sostenibilità d’impresa – ha presentato i risultati dell’indagine sulla Water Smart Economy. Quest’ultima ha evidenziato come il costo economico sostenuto dall’Italia per la crisi idrica corrisponda a 13,4 miliardi di euro l’anno, il doppio rispetto alla media europea. Inoltre, la percezione del rischio è ancora bassa: il 56,4% delle aziende italiane opera in aree a stress idrico, a fronte di 1 impresa su 3 (34%) che considera l’acqua una criticità per la continuità del business. Solo il 9,6% delle imprese italiane ha all’attivo una policy di gestione della risorsa idrica con un esiguo 4,3% che si pone obiettivi allineati agli indicatori SBTI’s. Inoltre, gli investimenti stentano a decollare: il 31,8% delle imprese destina all’acqua meno del 5% degli investimenti totali dedicati all’innovazione, ritenuta strategica solo per il 15,9% delle aziende. “Occorre passare da una gestione operativa della risorsa idrica ad un approccio strategico integrando il water risk nella pianificazione economica e nelle decisioni di investimento delle aziende italiane. Il business case è chiaro, il rapporto tra costi di mitigazione e rischio finanziario è di 1:6”, ha spiegato l’executive director di UNGCNI, Daniela Bernacchi. La ricerca analizza l’approccio alla gestione, prospettive e governance dell’acqua da parte delle aziende nell’ambito dei Paesi dell’Area Euro-Mediterranea. Nel contesto attuale segnato da climate change e siccità dei territori, l’acqua rappresenta una variabile economica cruciale per lo sviluppo dei sistemi economici e la loro sostenibilità.
Le previsioni al 2050 stimano una riduzione del 10% del PIL mondiale dovuta alla scarsità di acqua con impatti fino al 19% nei Paesi a medio-basso reddito. Dall'acqua dipende complessivamente in Italia un'economia di 384 miliardi di euro, pari a un quinto del Valore Aggiunto nazionale. L’indagine prende a riferimento per l’Italia 94 aziende, aderenti a UNGCNI, dislocate su tutto il territorio nazionale appartenenti ai principali settori merceologici, tra cui energia, utility e servizio idrico (20,2%), moda, lusso e tessile (17%), infrastrutture, trasporti e costruzioni (11,7%), pharma, chimica e materiali (9,6%), alimentare e bevande (7,4%) e manifattura e componentistica (6,4%). I risultati dell’indagine relativi all’Area Euro-Mediterranea si basano, invece, sui dati delle Communication on Progress (CoP) 2025 di UN Global Compact per i Paesi di Francia, Italia, Turchia, Portogallo, Grecia e Egitto e su focus che hanno coinvolto 33 aziende in settori chiave per la risorsa idrica. Tra le imprese che attribuiscono alla risorsa idrica un livello di criticità “alto” o “estremo”, il 65,6% è suddiviso tra i comparti energia, utility e servizio idrico (46,9%) e alimentare e bevande (18,8%). I fattori principali che contribuiscono alla sottovalutazione del water risk delle aziende sono i costi idrici ridotti, rilevati dalle imprese e la limitata presenza di impatti finanziari. L’acqua viene ancora considerata una voce di costo marginale per la maggioranza delle aziende: per il 52,3% di queste l'approvvigionamento, il trattamento e lo scarico incidono meno dell'1% sui costi operativi totali e solo per l’11,4% il costo supera il 15%. Negli ultimi 3 anni l’incidenza dei costi idrici è rimasta sostanzialmente stabile.
(© 9Colonne - citare la fonte)




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