Il suicidio rappresenta la principale causa di morte materna dal concepimento fino a un anno dall’esito della gravidanza. Dal 2011 al 2021 sono stati segnalati 125 casi pari a 2,42 decessi ogni 100.000 nati vivi. Una dato in linea con quelli rilevati in altri Paesi europei dotati di sistemi di sorveglianza della mortalità materna. Il rischio risulta maggiore tra le donne di 40 anni e oltre e presenta differenze territoriali, con valori più elevati al Nord rispetto al Sud. A livello regionale, la Campania registra il tasso più basso mentre il Friuli-Venezia Giulia quello più elevato. Circa l’80% dei suicidi si verifica tardivamente, tra 43 e 365 giorni dopo l’esito della gravidanza. Il dato - reso noto in un meeting organizzato dall’Istituto Superiore di Sanità e dall’International Network of Obstetric Survey Systems con ricercatori, clinici, ed esperti provenienti anche dall’estero - richiama l’attenzione sulla necessità di considerare la salute mentale materna una priorità assistenziale non soltanto durante la gravidanza e nelle prime settimane dopo il parto, ma per l’intero primo anno successivo all’esito della gravidanza. Fra le complicanze del parto risultano in netto calo negli ultimi dieci anni le isterectomie, uno dei principali rischi delle emorragie post partum ed un intervento salvavita che prevede l’asportazione chirurgica dell’utero e che può rendersi necessario in caso di emorragie ostetriche gravi, ma resta comunque un intervento che coinvolge centinaia di donne, così come la re-laparotomia dopo taglio cesareo. In due anni sono stati segnalati 384 casi di isterectomia peripartum, pari a un tasso di 5,6 interventi ogni 10.000 parti. Il dato presenta differenze per area geografica con 4,8 casi per 10.000 parti al Nord, 5,0 al Centro e 7,3 al Sud. Anche i casi di cardiomiopatia si confermano rari ma di particolare rilevanza clinica, con le malattie cardiovascolari che restano una delle principali cause di morte materna indiretta in Italia e negli altri Paesi ad alto reddito. (6 ott – red)
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