Un posto su tre nelle scuole di specializzazione in chirurgia generale resta senza candidato e, entro il 2030, il servizio sanitario pubblico potrebbe perdere circa 1.500 chirurghi. A lanciare l’allarme è la Società italiana di chirurgia (Sic), sulla base dei dati relativi alla copertura dei contratti di specializzazione e delle proiezioni sul ricambio del personale ospedaliero. Una carenza che rischia di compromettere l’accesso alle cure, allungare le liste d’attesa e aumentare le distanze da percorrere per essere operati, soprattutto nelle regioni del Sud. Nel 2026 sono rimasti scoperti 193 contratti su 646 banditi in chirurgia generale, pari al 30%, un dato in miglioramento rispetto al 37,8% del 2025, ma che conferma le difficoltà di reclutamento. La situazione è particolarmente critica in alcuni atenei: all’Aquila non è stato assegnato alcun contratto, mentre a Udine e Genova è rimasto vacante quasi il 90% dei posti. A Cosenza, Sassari, Campobasso e Perugia è stato coperto meno del 20% dei contratti disponibili. Inoltre, secondo i dati riportati dalla Sic, il 10% dei contratti assegnati rischia di essere abbandonato prima del termine del percorso formativo e il 10% degli specialisti sceglie il privato o l’estero. Tra i primi mille classificati al concorso di specializzazione, soltanto nove hanno optato per la chirurgia generale. “L’Italia non dispone di studi sulla forza lavoro chirurgica equivalenti a quello americano, ma i segnali vanno nella stessa direzione, con il rischio che molte aree restino in pochi anni senza chirurghi”, avverte Francesco Docimo, presidente della Società italiana di chirurgia e ordinario di chirurgia generale all’Università Vanvitelli di Napoli.
A pesare non sono soltanto le difficoltà nel reclutamento dei giovani. Secondo i dati Eurostat citati dalla Sic, oltre la metà dei chirurghi generali italiani impiegati negli ospedali ha più di 60 anni, contro il 32% in Spagna e il 44% in Francia e Germania. “Entro il 2030 potrebbero lasciare il servizio, spinti da stress, carico di lavoro e scarse risorse, circa 2.800 chirurghi dei 6.500 assunti negli ospedali, mentre i giovani specialisti, in base ai posti coperti nelle scuole di specializzazione dal 2022 a oggi, non arriveranno a 1.300, con un saldo negativo di circa 1.500 chirurghi che le strutture pubbliche potrebbero avere difficoltà a compensare”, afferma Docimo. Le conseguenze potrebbero riflettersi direttamente sui pazienti. La Sic stima che, a fronte di una riduzione del 20% dell’organico e di un aumento previsto del 12% della domanda di cure chirurgiche nei prossimi cinque anni, un intervento di chirurgia generale su dieci, sui circa 650mila eseguiti ogni anno, potrebbe essere a rischio.
Tra gli effetti possibili, l’allungamento delle liste d’attesa e una maggiore difficoltà di accesso alle sale operatorie.Alla base della crisi, secondo Docimo, ci sono turni pesanti, retribuzioni poco competitive, aggressioni al personale e un crescente contenzioso medico-legale. La Società italiana di chirurgia segnala un aumento del 150% del contenzioso in dieci anni, con ricadute sui costi assicurativi e sulle prospettive professionali dei giovani. A questo si aggiunge la necessità di aggiornare le dotazioni tecnologiche, soprattutto per quanto riguarda la chirurgia robotica, per evitare che gli specialisti più giovani si trasferiscano all’estero alla ricerca di opportunità formative e professionali più avanzate. “Occorre realizzare un programma strategico che torni ad attrarre i giovani alla chirurgia, tutelandone la scelta con un accesso più ampio alle nuove tecnologie e maggiori tutele giuridiche ed economiche, prima che la carenza di specialisti diventi irreversibile”, sottolinea Docimo. Tra le priorità indicate dalla Sic c’è anche la riforma della responsabilità professionale sanitaria, attualmente all’esame della Commissione Affari sociali della Camera. La società scientifica chiede di circoscrivere la responsabilità penale dei medici, valorizzando il rispetto delle linee guida e mantenendo la rilevanza penale degli errori gravi commessi in violazione delle raccomandazioni cliniche. “I chirurghi sono al fianco del governo e chiedono l’approvazione dei decreti attuativi entro il termine ultimo del 31 dicembre”, conclude Docimo.
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