di Paolo Pagliaro
Per quasi un decennio è stata la regola aurea del centrodestra: il premier lo indica il partito della coalizione che prende più voti. A sostenerla era Silvio Berlusconi, quando Forza Italia era il primo partito. Nel giugno 2017, dopo le amministrative, assicurava che il futuro capo del governo sarebbe stato scelto «da chi prende più voti». Il 9 gennaio 2018, a Radio Capital, lo aveva ripetuto: «Chi prende più voti nella coalizione esprime il leader del governo».
Ma nel 2022 Fratelli d’Italia vola nei sondaggi e Berlusconi frena: propone di affidare la scelta del premier ai parlamentari eletti. È Giorgia Meloni a difendere la vecchia regola. Il 27 luglio un vertice a i Montecitorio la conferma. L’8 agosto, a Rtl 102.5, la leader di FdI la declina in prima persona: «Se FdI prende un voto in più il nome sono io». E così sarà.
Quattro anni dopo, la legge elettorale voluta dal centrodestra e approvata lo scorso 8 ottobre rovescia quel principio. Il nome del candidato premier dovrà comparire nel programma depositato con le liste. In una coalizione tutti i partiti dovranno indicare lo stesso nome, altrimenti le liste non saranno ammesse. Scompare il criterio del partito più votato. “Solo i morti e gli stupidi non cambiano mai idea” diceva il poeta americano James Russell Lowell a fine ‘800. Ma chi la cambia, qualche spiegazione dovrebbe comunque darla.
(© 9Colonne - citare la fonte)




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