“Se il presidente dovesse decidere di riprendere le operazioni, l'esercito americano ha i piani pronti per colpire duro”. Dietro le indiscrezioni trapelate nelle ultime ore da Washington c'è molto più di una semplice opzione tattica: c'è la pianificazione, da parte del Pentagono, dell'eventuale impiego della GBU-43/B Massive Ordnance Air Blast — universalmente nota come la MOAB o la “madre di tutte le bombe” — per colpire le infrastrutture energetiche e i siti nucleari iraniani. Un'eventuale escalation di questa portata, che introdurrebbe l'ordigno convenzionale più potente dell'arsenale statunitense direttamente nel teatro mediorientale, solleva interrogativi profondi sulla reale efficacia strategica di simili armi e sui confini sottili che separano la deterrenza militare dalla comunicazione politica.
PRECEDENTI STORICI: QUANDO LA MOAB È SCESA IN CAMPO. Per comprendere la portata di questa opzione, bisogna riavvolgere il nastro della storia militare recente, correggendo anzitutto un mito comune. La MOAB non è stata concepita per la caccia a Osama bin Laden (avvenuta nel 2011 con un blitz mirato delle forze speciali) e neppure per i primi interventi in Afghanistan del 2001, quando le forze armate fecero piuttosto ricorso ai vetusti ordigni a grande capacità come i Daisy Cutter. Progettata nei primi anni duemila e pesante oltre nove tonnellate, la MOAB è stata impiegata in combattimento una sola volta nella storia: il 13 aprile 2017, durante la prima amministrazione guidata dal presidente americano Donald Trump. In quell'occasione, un velivolo speciale sganciò l'ordigno nel distretto di Achin, nella provincia di Nangarhar in Afghanistan, per distruggere una complessa rete di tunnel e bunker sotterranei scavata e utilizzata dai miliziani dell'Isis-K. Fu un'azione fortemente mediatizzata, pensata per mostrare la risolutezza del nuovo comando della Casa Bianca dopo anni di presunta esitazione.
ARMA CONTUNDENTE O OPERAZIONE DI PROPAGANDA? Il nodo centrale, sul quale gli analisti militari si dividono da anni, riguarda l'effettiva utilità strategica di un'arma come la MOAB rispetto al clamore mediatico che genera. La GBU-43/B è un ordigno a deflagrazione superficiale (o meglio, ad altissima pressione generata in aria), pensato per devastare ampie superfici, polverizzare trincee e comprimere l'aria all'ingresso di grotte e tunnel. Tuttavia, non è un bunker buster profondo: non possiede cioè la pesante e spessa corazza in acciaio necessaria per perforare decine di metri di roccia o cemento armato prima di esplodere, caratteristica invece propria di altri ordigni come la GBU-57 (MOP).
Molti esperti di strategia militare hanno a lungo definito l'uso della MOAB nel 2017 come una mossa ad alto impatto psicologico e di propaganda politica più che una svolta militare decisiva. Distruggere gli ingressi di un complesso montuoso in Afghanistan è ben diverso dal neutralizzare siti nucleari iraniani pesantemente fortificati e interrati in profondità nel sottosuolo roccioso. Di conseguenza, l'eventuale ricorso alla MOAB contro il programma atomico di Teheran rischierebbe di rivelarsi militarmente inadeguato a raggiungere l'obiettivo strutturale dichiarato, trasformandosi piuttosto in un segnale politico muscolare e intimidatorio.
UNA MOSSA STRATEGICA GIUSTIFICATA O UN AZZARDO? Valutando la situazione alla luce degli equilibri geopolitici attuali, la scelta di rispolverare i piani per l'utilizzo della “madre di tutte le bombe” appare un azzardo dai contorni opachi. Se l'obiettivo dell'inquilino della Casa Bianca fosse quello di piegare la leadership iraniana o di compromettere irrimediabilmente le capacità nucleari del paese prima o dopo le elezioni di medio termine, l'impiego della MOAB potrebbe rivelarsi un'arma spuntata dal punto di vista ingegneristico e devastante da quello delle conseguenze geopolitiche. Un attacco diretto con la bomba convenzionale più grande d'America scatenerebbe inevitabilmente una reazione a catena nel Golfo Persico, chiudendo ogni spazio alla diplomazia, accelerando la risposta simmetrica o asimmetrica di Teheran e mettendo a repentaglio la stabilità energetica globale. Più che una mossa strategica freddamente ponderata per risolvere un problema di sicurezza nazionale, l'opzione MOAB somiglia pericolosamente a una dimostrazione di forza spettacolare, utile alla retorica della potenza ma incapace di risolvere la complessità strutturale del Medio Oriente. (15 OTT – deg)
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