di Paolo Pagliaro
Nella notte del 26 gennaio scorso in 14 grandi città migliaia di volontari coordinati dall’Istat hanno effettuato il primo censimento delle persone senza fissa dimora. Ne hanno contate oltre diecimila. Secondo stime più ampie sono 96.000 le persone che in Italia dormono per strada. Uno dei problemi è che solo 250 degli 8 mila comuni italiani hanno attivato le cosiddette “vie fittizie”. Senza quelle vie non c’è residenza, e senza residenza non c’è medico di base, non c’è voto, non c’è pensione. Si può essere cittadini sulla carta e stranieri nella propria città, come scrivono gli autori del Rapporto intitolato “La cittadinanza tra crisi e resilienze” che racconta l’Italia dopo la pandemia e che Morlacchi Editore rende disponibile gratuitamente sul suo sito. Tra i punti di forza di un paese sempre più vulnerabile il rapporto curato dagli studiosi della Fondazione per la cittadinanza attiva cita le 130 mila istituzioni non profit che promuovono e tutelano diritti, si prendono cura dei beni collettivi e sostengono persone in condizioni di fragilità.
Un esempio concreto viene in questi giorni da Napoli, Palermo e Potenza, dove con la regia della Fondazione Quartieri Spagnoli stanno nascendo quattordici nuove imprese sociali che creeranno lavoro, welfare e sviluppo seguendo gli insegnamenti di Muhammad Yunus, il banchiere dei poveri premio Nobel per la pace, presente al varo dell’iniziativa. Le imprese saranno le più diverse: da un sistema sanitario di prossimità con telemedicina a una lavanderia affidata a donne immigrate. Gli utili non verranno distribuiti ma saranno reinvestiti.





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