Oggi fino 6 alle 21, ora italiana, i cittadini israeliani saranno chiamati a rinnovare i 120 seggi della Knesset. Si tratta di elezioni decisive, non tanto per il potenziale colore politico di cui si tingerà il parlamento israeliano, quanto per le conseguenze di un’eventuale sconfitta sul futuro del premier Benjamin Netanyahu. È il leader politico che ha incendiato il Medio Oriente, impegnando il paese in più di quattro fronti contemporaneamente – dal Libano all’Iran, passando per la Cisgiordania e la Striscia di Gaza –, lasciando dietro di sé cumuli di macerie, devastazione e decine di migliaia di vittime. Neppure la conclusione del mandato e l’isolamento internazionale l’hanno convinto ad abbassare il tiro: venerdì ha dato l’ordine di isolare la città di Hebron, in Cisgiordania, in seguito all’uccisione di due soldati delle Israel defence forces (Idf) da parte di due cittadini palestinesi, mentre sul fronte iraniano non ha mai smesso di fare pressione sull’amministrazione statunitense affinché riprendano gli attacchi. Si tratta di una politica di guerra da manuale, che gli è valsa un mandato d’arresto, emesso nel novembre del 2024, da parte della Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità. E se il massacro dei palestinesi – e non solo – pesa sul posizionamento internazionale del premier, nel cuore di Israele a impattare particolarmente sul suo indice di gradimento è il processo per corruzione, violazione della fiducia e frode, così come il pogrom del 7 ottobre 2023, sul quale l’opposizione intende istituire una commissione d’inchiesta ad hoc. È questa la promessa del leader avversario, l’ex generale Gadi Eisenkot: individuare i responsabili della crepa nel sistema di intelligence, costata la vita a oltre 1.200 israeliani. Eppure, il primo ministro e leader del Likud non intende arrendersi: “La missione della mia vita è guidare lo Stato di Israele. Proteggere il nostro paese”. Lo rivendica convintamente, in un post su X, accompagnando le sue parole a un video che lo mostra mentre gioca a scacchi. A ogni mossa, a ogni scacco matto, una bomba esplode e distrugge un intero edificio. La distruzione dei nemici è ciò di cui Netanyahu va più fiero, mentre Eisenkot si pone come alternativa a una strategia rivelatasi poco efficace: “Il cambiamento è in arrivo. – scrive su X – Coraggio e integrità pubblica, questa è la futura leadership israeliana”. Anche se la svolta, in realtà, non si avvertirà più di tanto. Per quanto Eisenkot critichi duramente le scelte politiche del premier in carica, le opinioni espresse dal leader di Yashar non si discostano più di tanto dal percorso perseguito da Netanyahu. Al contrario, lo segue, quasi passo passo, svuotandolo della matrice messianica derivata dall’influenza dei partiti nazionalisti guidati dal ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e dal ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir.
Sono tre i punti in comune dei due programmi elettorali: il rafforzamento del rapporto con Washington – e con il presidente Donald Trump, definito da Eisenkot “vero amico di Israele” –, l’isolamento dell’Iran attraverso l’alleanza con i paesi arabi e lo smantellamento delle forze legate ad Hamas nel territorio della Striscia di Gaza. A confrontarsi alle urne, quindi, non saranno destra e sinistra, ma estrema destra e centrodestra. La prima include il partito di Netanyahu, il Likud, insieme ai due partiti ultraortodossi, Shas e Giudaismo unito della Torah. Si aggiungono Sionismo religioso di Smotrich, Potere ebraico di Ben-Gvir – entrambi di matrice nazionalista e religiosa – e Am Yisrael dell’ex generale Ofer Winter, lista nuova vicina alla soglia di sbarramento. L’opposizione, invece, unisce appunto Yashar di Eisenkot – che sostiene il testa a testa con il Likud –, Insieme guidato dall’ex premier Naftali Bennett e Yair Lapid, il partito della destra laica Yisrael Beiteinu di Avigdor Lieberman e, infine, i Democratici di Yair Golan, gruppo nato dall’unione tra laburisti e il partito di sinistra Meretz. È la battaglia contro Netanyahu ad aver spinto destra e sinistra moderate ad allearsi, con l’obiettivo di interrompere una volta per tutte il suo primato di longevità. Diciannove anni alla guida di Israele, che domani potrebbero vedere il tramonto, con la sentenza definitiva pronunciata dai cittadini israeliani alle urne. Mentre il destino dei palestinesi rimane, anche in caso di debacle, un nodo inscindibile. (27 OTT – mvc)
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