di Paolo Pagliaro
Presentare oggi un rapporto sullo sviluppo sostenibile significa andare controcorrente: il multilateralismo arretra, la spesa militare mondiale sale per l’undicesimo anno consecutivo, gli aiuti pubblici allo sviluppo crollano, le parole “clima” ed “eguaglianza” sembrano passate di moda. Eppure le numerose associazioni riunite nell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS) continuano, con ostinazione, a misurare la distanza tra ciò che l’Italia ha promesso e ciò che sta facendo. Il pessimismo della ragione sta nei numeri, l’ottimismo della volontà sta nel continuare a raccoglierli.
Il rapporto di quest’anno, presentato stamane, dice che a quattro anni dalla scadenza dell’Agenda 2030, il 58% degli obiettivi è fuori portata ai ritmi attuali e solo il 29% appare raggiungibile. In Italia arretriamo su disuguaglianze, acqua, biodiversità, istituzioni. Quasi 5 milioni e mezzo di persone vivono in povertà assoluta, e tra loro i minori e i giovani sono colpiti in misura doppia rispetto agli anziani. Sei milioni di italiani rinunciano a curarsi. Il Mezzogiorno resta fermo al 63% del Pil pro capite europeo, e 195mila donne laureate lo hanno lasciato. Le reti idriche disperdono il 42% dell’acqua potabile, le rinnovabili coprono appena il 20% dei consumi contro un obiettivo del 42.
Accanto ai ritardi il Rapporto indica anche cosa funziona, come l’economia circolare, l’agricoltura biologica e i progressi del lavoro. Soprattutto propone una via d’uscita che non riguarda un singolo settore ma il modo stesso di governare. Chiede un’Assemblea nazionale dedicata al futuro e chiede che per leggi e bilanci la valutazione d’impatto generazionale e di genere diventi vincolante. Sarebbe un modo per dire ai giovani che lo Stato sta dalla loro parte.





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