di Paolo Pagliaro
Il “no” di una gip milanese alla richiesta di carcere avanzata dalla Procura per Youssef Siher ha scatenato polemiche. Si è parlato di schiaffo ai pm e di giustizia che rema contro. Eppure quel “no” è esattamente ciò che la Costituzione e il codice prevedono.
Nel nostro processo penale il pubblico ministero accusa e chiede, il giudice valuta e decide. Se il giudice dicesse sempre sì, non servirebbe un giudice: basterebbe un timbro. Il controllo esiste proprio perché l’accusa può sbagliare, eccedere o leggere i fatti in modo diverso.
I numeri, quei pochi disponibili, raccontano un sistema in cui il disaccordo è l’eccezione, non la regola. Secondo dati ministeriali diffusi nel 2025, i gip accolgono il 94% delle richieste di intercettazione e l’85% delle proroghe d’indagine. I gup dispongono il rinvio a giudizio in oltre il 90% dei casi. Per anni gli avvocati hanno denunciato proprio questo: un giudice troppo incline ad assecondare l’accusa.
Più avanti nel processo, la dialettica cresce. Le corti d’appello riformano circa un terzo delle sentenze di primo grado. Nessuno lo considera uno scandalo: è il senso stesso dei gradi di giudizio.
Respingere una misura cautelare non significa assolvere né dare torto all’indagine, che prosegue. Significa che, in quel momento, gli elementi non bastavano per privare una persona della libertà prima del processo. È una garanzia che vale per tutti, anche per chi oggi applaude o protesta.
Il problema, semmai, è che di questa dialettica sappiamo poco. Il Ministero ha ammesso di non raccogliere sistematicamente i dati su accoglimenti e rigetti delle richieste dei pm. Prima di gridare allo scandalo per un singolo caso, servirebbero statistiche complete e pubbliche. Resta il fatto che un giudice che smentisce un pm non è un giudice contro: è un giudice che fa il suo mestiere.





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