“Trovo clamoroso che lo Stato italiano, che si era costituito parte civile nel processo in Congo, non abbia fatto la stessa cosa in Italia. Era l'unico a poter chiedere la revoca dell'immunità funzionale”, lo afferma, in una intervista al Corriere della Sera, Salvatore Attanasio, padre di Luca Attanasio, l'ambasciatore italiano nella Repubblica Democratica del Congo tragicamente ucciso in un agguato il 22 febbraio 2021 “L'Onu ha predisposto un risarcimento per le mie tre nipoti e ha preteso che anche io e mia moglie firmassimo un documento. Non ho problemi a dire che c'era in ballo un legittimo interesse risarcitorio per il futuro delle bambine. Ma lo Stato italiano aveva e ha il dovere di pretendere verità e giustizia. Luca è l'unico ambasciatore morto in tempo di pace: un secolo fa sarebbe scoppiata una guerra” spiega. Inoltre esprime l'amareggia “che imbastiscano per mesi programmi televisivi per parlare di una macchia sul muro a Garlasco e nessuno, invece, voglia scoprire la verità sulla morte di Luca”. Inoltre interrogato su come sostenga le spese della battaglia giudiziaria, dichiara di affrontarle “usando tutti i risparmi miei e di mia moglie, e speriamo in futuro di non avere bisogno di una Rsa, perché non vogliamo pesare su nostra figlia. Ma non ci arrendiamo”. Il primo grande processo italiano vedeva imputati due funzionari del Programma Alimentare Mondiale (PAM) delle Nazioni Unite, Rocco Leone e Mansour Luguru Rwagaza, accusati di omicidio colposo per presunte omissioni e carenze nelle cautele di sicurezza durante la spedizione nel Nord Kivu. Nel febbraio 2024, il Tribunale di Roma ha stabilito il non luogo a procedere a causa del "difetto di giurisdizione". Il giudice ha riconosciuto ai due funzionari l'immunità diplomatica e funzionale garantita dai trattati internazionali ONU, bloccando di fatto il processo in Italia. La Procura di Roma aveva aperto una seconda inchiesta per terrorismo e strage per fare luce sulla banda di assalitori e identificare i reali mandanti dell'esecuzione. A settembre i pubblici ministeri di Roma hanno formalmente chiesto l'archiviazione del caso. La motivazione principale risiede nell'impossibilità di procedere a causa della totale mancanza di collaborazione da parte delle autorità della Repubblica Democratica del Congo, che ha impedito agli inquirenti italiani di raccogliere prove certe o effettuare riscontri sul campo. Nei giorni scorsi Salvatore Attanasio e sua moglie hanno depositato un formale atto di opposizione all'archiviazione. Sostenuti dal loro legale, chiedono che non si spengano i riflettori e indicano specifici accertamenti tecnici, interrogatori e documenti da acquisire per capire se vi fosse una precisa volontà politica dietro l'eliminazione dell'ambasciatore. La decisione del GIP sull'accoglimento o il rigetto di questa opposizione è attesa per la camera di consiglio del 25 febbraio 2027. Sul fronte congolese si è tenuto un processo lampo, giudicato da osservatori e familiari come "frettoloso e lacunoso". Sei cittadini congolesi, accusati di essere gli esecutori materiali dell'agguato, sono stati inizialmente condannati a morte, pena poi commutata in ergastolo (anche su esplicita richiesta morale della famiglia Attanasio e dello Stato italiano, contrari alla pena capitale). Questa sentenza non ha però chiarito i coni d'ombra sui mandanti e sulle dinamiche balistiche della sparatoria. Salvatore Attanasio, rievocando l'udienza con Papa Francesco, ricorda che “ci accolse a Santa Marta con Zakia, sua madre e le bambine. Restammo un'ora. Ci lasciò dicendo che noi italiani eravamo fortunati perché avevamo tre cose: il volontariato, i nonni e gli oratori” e aggiunge che il segretario di Stato Pietro Parolin è venuto a Limbiate per il quinto anniversario della scomparsa di Luca”, “è stato un gesto importantissimo” e “abbiamo incontrato anche papa Leone: gli abbiamo portato il libro per Luca del vaticanista Fabio Marchese Ragona. Gli ho chiesto di leggere a pagina 90, dove c'è una lettera che mio figlio scrisse a sé stesso nel 2000. Chiudeva così: 'Non ti affannare per voler apparire il migliore. Impegnati e dai il meglio di te in tutto. In tutto, però, non solo nelle cose che ti vengono più comode'”. Ricordando poi l'ultimo contatto, sottolinea che “il giorno dell'agguato. Ogni mattina ci mandava un messaggio su WhatsApp oppure faceva una telefonata veloce. Il 22 febbraio chiamò alle 8.30. Era felice perché doveva fare l'ultimo viaggio prima di tornare dalle bambine”. In merito ai tantissimi messaggi ricevuti dopo la tragedia, evidenzia che “siamo stati inondati di telegrammi. Solo alla Farnesina ne sono arrivati cinquemila, che può vedere rilegati in questi sei volumi: nel primo ci sono quelli arrivati dai capi di Stato, nell'ultimo quelli dei cittadini comuni. A Limbiate, dal sindaco e dai carabinieri, ne sono arrivati duemila”. Il padre dell'ambasciatore rievoca anche l'infanzia del figlio raccontando che “sul balcone allevava i girini dentro le bacinelle. Per le anatre creammo uno stagnetto artificiale in giardino. A 10 anni davanti a una bancarella impazzì per una scimmietta e ci supplicò di prendergliela: il compromesso fu di tornare a casa con un merlo che imparò subito il suo nome, perché la mamma ogni mattina doveva chiamarlo più volte per farlo scendere dal letto”. (2 nov - red)
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