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direttore Paolo Pagliaro

MINA, LA GIOVANE HOLDEN ITALIANA

Ritratti
Una galleria giornalistica di ritratti femminili legati all'Unità d'Italia. Donne protagoniste nell'economia, nelle scienze, nella cultura, nello spettacolo, nelle istituzioni e nell'attualità. Ogni settimana due figure femminili rappresentative della storia politica e culturale italiana passata e presente.

MINA, LA GIOVANE HOLDEN ITALIANA

A marzo saranno settantuno candeline per lei, e nessun problema - grazie alla sua capacità pneumatica - spegnerle con il soffio più intonato che conosciamo. Dal 1978 però è un soffio invisibile, quello della nostra Salinger (il gran ritirato della letteratura, lo schivo della propria immagine, di cui circola sì e no una foto). Ne contavamo un altro come lui fino a qualche anno fa nella nostra penisola canterina, ed era Battisti. Le ragioni di questi abbandoni della scena sono per lo più personali, e dunque impenetrabili, ma regalano un’involontaria aura al ritirato, non priva di speculazioni: si va dal musicista del “da quando ci sei tu tutto il resto non c’è più”, additato come uomo di destra, persino finanziatore di gruppi neofascisti (cosa del tutto smentita in una della rare interviste rilasciate a Renato Marengo, che solo in questi giorni vede la luce in libreria, in cui Battisti sconfessa di essere di destra, e precisa la sua totale indifferenza alla politica), alle varie dicerie sulla Mina nazionale, ingrassata dopo un aborto, dopo una bronchite malcurata, o sparita per una montante intolleranza verso i paparazzi, che l’avrebbero costretta a riparare in Svizzera. Non conta la verità quando si ha a che fare col mito, e quando come Mina si è mito, non si appartiene più alla grammatica del rotocalco, ma alla storia. Come Lucio, come Salinger; il mito parla, per così dire, solo con la sua voce. Un grandioso privilegio per la tigre di Cremona (è il soprannome che le dà l’amica Natalia Aspesi e che tutti hanno adottato - Mina era un bisillabo troppo riduttivo, evidentemente), parlare solo con la voce. Poteva venir su una cantante d’impostazione classica, se avesse seguito l’indicazioni di nonna Amelia, che da brava lirica le suggerì lo studio del pianoforte, ma la cosa non attecchì: Mina preferiva la Bussola di Marina di Pietrasanta, luogo sacro per la canzonetta di quei primi anni Sessanta, che avrebbe cambiato il corso della forma-canzone italiana successiva. E poi ognuno ricorda i famigerati duetti a cui ha dato vita sul palco di Studio uno, di Teatro 10, e gli indimenticabili binomi: Mina-Battisti, Mina-Gaber, e poi Mina-Celentano, ma prima Mina e Sordi, Mina e Manfredi, ed un crescendo di successo artistico accompagnato dal potente amplificatore della tv, che pure montava su sé stessa, e che la porta ad essere una star internazionale. E le Parole Parole Parole di Alberto Lupo, e il Se telefonando di Morricone e Costanzo, e poi? E poi il buio, da quel 1978 di cui sopra. Resta il fatto che uno dice Italia e legge: pizza, amore e Mina. Una presenza-assenza a cui da anni la gente si rivolge non per farle i complimenti o per chiederle “quando torni?”, ma per vedere su Vanity Fair in che modo risponde, come fanno i direttori, gli scrittori, i filosofi, e i giornalisti, sulle varie problematiche della vita. Un modo per affermare morettianamente che mi si nota di più se non vengo. Anche perché la festa lei se la deve essere tirata sempre dietro, portandosela lì dove si nasconde, restando ben in mostra.

 

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