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BIANCA MILESI E LE SUE “SORELLE”, STORIA DELLE CARBONARE DI MILANO

Ritratti
Una galleria giornalistica di ritratti femminili legati all'Unità d'Italia. Donne protagoniste nell'economia, nelle scienze, nella cultura, nello spettacolo, nelle istituzioni e nell'attualità. Ogni settimana due figure femminili rappresentative della storia politica e culturale italiana passata e presente.

BIANCA MILESI E LE SUE “SORELLE”, STORIA DELLE CARBONARE DI MILANO

Per riconoscersi tra di loro tracciavano con la mano un invisibile semicerchio, passando dalla spalla sinistra a quella destra. Poi si battevano sul cuore per 3 volte, il numero sacro e perfetto. Per riunire la loro cellula base cospirativa erano in 9, il 3 triplicato, il numero pitagorico della continua trasformazione. Si definivano “giardiniere”. A Napoli - da dove la carboneria si era andata diffondendo da inizio Ottocento, deviazione anti-napoleonica delle logge massoniche di rito inglese e templare, per poi diventare una società politica segreta in odio alla tirannide, che fosse austriaca, papale, borbonica - i “giardini” in cui le carbonare si riunivano lo erano per davvero,  lussureggianti, come il loro linguaggio. E il pugnaletto che le maestre nascondevano nella giarrettiera era come se fremesse di più, al contatto della pelle che si accendeva nelle discussioni libertarie, che sapevano anche far vibrare il cuore del devoto popolo meridionale in cerca di riscatto, con la storia di quel san Teobaldo, sorta di san Francesco francese, che nell’anno Mille aveva fondato una setta di cristiani illuminati che aveva conquistato i carbonari delle foreste francesi e aveva poi usato il simbolo del “carbone” quale mezzo di purificazione, capace di “pulire le bestie dai lupi”, ossia liberare il popolo dagli oppressori. A Milano, invece, i “giardini” erano i salotti dell’alta società. E i nomi di sette dello loro “giardiniere” - che nel settembre 1823 figurano su un biglietto giunto sulla scrivania del governatore della Lombardia Strassoldo, con l’ordine diretto dell’imperatore austriaco di “sorvegliarle attentissimamente” - sono quelle di nobildonne e ricche rampolle: Bianca Milesi, la cugina Matilde Dembowski, le contesse Maria Frecavalli e Teresa Confalonieri, Teresa Agazzini, Amalia Cobianchi, Camilla Fé. I loro amici, mariti, amanti (tra i tanti Pellico, Maroncelli, Confalonieri) - intellettuali e nobili che nella Società dei Federati si erano fatti “sacerdoti” di una nuova religione di emancipazione sociale e fratellanza che passava per un governo lombardo-veneto federato al regno sabaudo - sono esuli o reclusi nell’inferno dello Spielberg, insieme a centinaia di altri patrioti vittime delle repressioni dei primi moti carbonari, quelli del 1817 a Macerata, del novembre 1818 a Fratta Polesine, della rivoluzione del luglio 1820 a Napoli. Le “giardiniere” milanesi hanno sopportato con fermezza estenuanti interrogatori, sono state schedate, ora vivono sorvegliate, affrontano la dolorosa delusione patita due anni prima. Alla fine dell’inverno 1821, nel semicerchio ideale del loro saluto rituale, insieme ai loro sogni di libertà, avevano fatto entrare il volto pallido e assorto del giovane Carlo Alberto, principe di Carignano. Avevano creduto che il reale sabaudo avrebbe condotto il suo esercito oltre il Ticino per cacciare gli austriaci dalla Lombardia e governare l’Italia del nord con una monarchia costituzionale. Per il congresso di Vienna, che sei anni prima lo aveva fatto diventare erede al trono, Carlo Alberto era invece debole e irrisoluto. Ossia aveva il carattere giusto perché il regno del Lombardo Veneto restasse solo una “espressione geografica” dell’Austria. Gli avevano poi fatto sposare una Asburgo per cancellare la “macchia” dell’appoggio dato a Napoleone dalla sua famiglia, ramo secondario dei Savoia salito agli onori dinastici perché gli zii Vittorio Emanuele I e suo fratello Carlo Felice non avevano eredi. Ma per le “giardiniere” - che seguono il motto di “onore e virtù” (le maestre) e di “costanza e perseveranza” (le apprendiste) - Carlo Alberto è il principe che, recluso nel castello di Racconigi dopo la designazione al trono per essere “rieducato” dalla educazione liberale ricevuta da bambino e dalla adolescenza da dragone di Napoleone - aveva lasciato intendere ai capi carbonari, i conti Santorre di Santarosa in Piemonte e Federico  Confalonieri a Milano, che, anche per lui, l’Austria è il comune nemico da abbattere e che il Piemonte deve avere la sua costituzione, sulla scia di quella che i liberali avevano ottenuto nel 1820 in Francia, Spagna e nel Napoletano. La facile vittoria dei militari liberali in Spagna, la capitolazione di Francesco I a Napoli andava infervorando gli animi dei giovani intellettuali e militari del nord Italia. Quando la miccia era poi esplosa a Torino, nel gennaio 1821, dopo che erano stati arrestati degli studenti che erano andati a teatro ostentando un berretto frigio con i colori carbonari, rosso con fiocco nero, e l’esercito era intervenuto contro la forza contro l’occupazione per protesta dell’università, la macchina dei moti si era messa in azione anche in Piemonte, con i militari pronti all’azione. E le “giardiniere” di Milano attive nel preparare il diffondersi dell’insurrezione anche in Lombardia. La contessa Teresa, moglie di Confalonieri, è la “gran dama” del dissenso milanese, sedere nel suo palco alla Scala e nel suo salotto è un privilegio per ogni liberale. La trentenne contessa Maria Gambarana Frecavalli nasconde tra l’acconciatura dei capelli i messaggi dei congiurati lombardi quando si reca in Lomellina, dove si reca periodicamente per amministrare i suoi possedimenti. La pittrice Bianca Milesi, battagliera allieva di Canova e amica di Hayez, disegna l’emblema tricolore del battaglione Minerva nel quale si vanno arruolando gli studenti di Pavia e si inventa il sistema crittografato con cui si scrivevano i congiurati, la famosa carta stratagliata: un foglio di carta bianco che, grazie a dei tagli orizzontali, permetteva di leggere messaggi segreti in testi in apparenza innocui. La trentenne cugina Matilde Viscontini, figlia della “Sur Lenin” cantata da Porta (“Viva sura Millesia el sò bell coo, el sò bell anem, el sò coeur sinzer”) fa da tramite di spostamenti di denaro tra Giuseppe Vismara, carbonaro rifugiato a Torino, e un fratello del conte Giuseppe Pecchio, altro carbonaro. Nell’autunno del 1818 il 35enne Stendhal l’aveva conosciuta e se ne era perdutamente innamorato. Lei - “donna angelica” per Teresa Confalonieri, “modello di madre” per la contessa Frecavalli - aveva avuto il coraggio di fuggire con i figli dalle violenze del marito, il generale polacco Jan Dembowski. Ne aveva appena ottenuta la separazione dopo una dura - e coraggiosa per il tempo - battaglia legale ma era disperata per aver perso la tutela dei due figli e si guardò bene dall’accettare il corteggiamento dello scrittore, anche perché era stata già chiacchierata per la sua forte amicizia con Foscolo. Stendhal le scrive: “Sono coraggioso fino a quando arrivo nel vostro salotto; appena vi vedo, io tremo”. E la trasforma nella sua idealizzata Mètilde, la segue di nascosto quando viaggia, la spia da sotto le sue finestre. E diventa geloso del conte Pecchio che lo stesso scrittore comunque definisce “uomo di infinita intelligenza e di una intelligenza molto rara in Italia” ed al quale Matilde si lega intensamente, uniti dalla comune passione carbonara e libertaria. Pecchio, amico e coetaneo di Confalonieri, aveva partecipato, insieme al conte Luigi Porro Lambertenghi, alla fondazione del Conciliatore e alla concomitante nascita delle Scuole di Mutuo Insegnamento, i due maggiori progetti culturali e sociali non solo dei Federati ma della storia del primo Risorgimento italiano.  Nati nel 1818, il “Foglio azzurro” diffonde le idee liberali grazie ad uno dei massimi pensatoi del tempo (diretto da Pellico e avvalendosi delle penne di Borsieri, Pecchio, Romagnosi, Ressi, Gioia, tutti poi finiti nelle prigioni austriache nell’enorme ondata di processi politici del 1821-1823), le scuole sono le prime in Italia ispirate ai principi lancasteriani dell’insegnamento mutuo e vedono quale fulcro femminile Bianca Milesi - nel cui liberale salotto materno fin dall’adolescenza aveva conosciuto Carlo Cattaneo e ascoltato i patriottici discorsi di Confalonieri. Ma sia giornale che scuole già nel 1820 hanno fatto i conti con la censura austriaca e hanno smesso ogni attività. Il collegamento con Torino era assicurato dalla baronessa Teresa Sopransi Agazzini. Descritta dagli storici “bella, appassionata, volitiva ed energica”, vedova fin da giovane di un ufficiale napoleonico che le aveva lasciato in eredità la villa di Ameno sul lago d’Orta (che la nuora Teresa Bedone nel 1915 donerà poi all’amico don Orione) e si recava spesso nella capitale del Regno di Sardegna perché aveva due figli che frequentavano l’accademia militare e portava con sé le lettere degli insorti. Era amica intima di Confalonieri, forse sua amante, e informava con costanza il capo dei congiurati lombardi dei suoi spostamenti. Ci sono poi altre appassionate “giardiniere”: Giulia Caffarelli, moglie dell'ex ministro della guerra del Regno italico, Camilla Besana Fè, madre della Carmelita che sposerà Luciano Manara e diverrà una gloriosa vedova amata e venerata dal compagno d’armi del marito, Emilio Dandolo. E la marchesa Costanza Trotti che incoraggia il marito, il marchese Giuseppe Arconati Visconti, a sostenere la congiura di Confalonieri, come chiestogli dallo stesso patriota. Il tramite dei rivoluzionari con Novara era invece assicurato dalle sorelle Cobianchi, due “insospettabili” figlie un ricco commerciante di tessuti. Amalia è sposata con Giuseppe Tirelli, un facoltoso possidente milanese e Rosa lo è addirittura ad un commissario di polizia di Novara, Giuseppe Gallarini. Sono loro a dare agli insurrezionalisti di Novara le stoffe necessarie per confezionare le bandiere tricolori. Nel loro palazzo a Milano trovano sicuro rifugio le riunioni carbonare in cui non mancano mai i fratelli Gaetano e Carlo De Castiglia, amici di infanzia, figli di un avvocato, entrambi carbonari. Gaetano, insieme ad un altro giovane amico, il 25enne marchese Giorgio Pallavicino, nel fatidico marzo del 1821, era stato inviato da Confalonieri  a Torino per incontrare Carlo Alberto e assicurargli che i carbonari lombardi erano pronti all’insurrezione. Il 23enne Gaetano incontrando il 23enne Carlo Alberto, pur notando la sua titubanza, non aveva voluto dare nessun adito agli avvertimenti sul carattere nevrotico del principe rivoltigli già all’epoca del Conciliatore dall’amico toscano Gino Capponi, che di Carlo Alberto era stato “cicerone” a Firenze quando vi era giunto nel 1817 per sposare la figlia del Granduca, Maria Teresa di Lorena. Ma si era detto certo che Carlo Alberto avrebbe marciato oltre Ticino e che la dichiarazione di guerra contro l’Austria, auspicata dal generale Santarosa era solo questione di giorni. Alessandro Manzoni, tra i frequentatori del salotto dei Confalonieri, poteva così trarre ispirazione per l’ode “Marzo 1821”. E invece Carlo Alberto si prepara a diventare il “re Tentenna” ed inizia il suo doppio gioco. Il 6 marzo riceve di notte, nella sua biblioteca, Santarosa ed altri generali dove, pur tra mille reticenze, dà il suo appoggio all’insurrezione. Che parte il 10 marzo con l’ammutinamento dei militari di Alessandria, seguiti da quelli di Pinerolo, Vercelli e Torino. Vittorio Emanuele I, pur di non concedere la Costituzione, abdica a favore del fratello Carlo Felice. Che, trovandosi a Modena dal nipote (quel Francesco IV d'Asburgo che aveva sposato la figlia di Vittorio Emanuele I e che, da acerrimo nemico dei carbonari, per ambire al titolo di re dell'Alta Italia e fermare l’ascesa di Carlo Alberto, dieci anni dopo non esitò a fomentare l’insurrezione di Ciro Menotti per poi abbandonarlo agli austriaci) assegna la reggenza a Carlo Alberto. Quando lo zio gli comunica la notizia, il giovane Carlo Alberto, invece di esultare, scoppia in lacrime. Sa di essere ormai “costretto” a concedere la Costituzione agli “amici” rivoluzionari. Ma, vedendo come l'esercito austriaco di Metternich, a febbraio, ha riportato con la forza l’ordine nel regno di Napoli e annullato le libertà costituzionali, cerca una scappatoia. Il 13 marzo annuncia la concessione della Costituzione sul modello spagnolo. Ma riserva a Carlo Felice la facoltà di ratificarla, il quale ovviamente rifiuta con una lettera che giunge il 17 marzo e che intima al nipote di raggiungere le truppe fedeli: “Se avete ancora una goccia di sangue reale sabaudo dovete partire per Novara e attendere i miei ordini”.  Il 22 marzo, mentre Santarosa annuncia la prossima guerra contro l'Austria, lui fuggì di notte verso Novara. Ma il generale, con un piccolo reparto, gli corre dietro per convincere lui e le sue truppe a non rinunciare alla lotta (“Annodatevi tutti intorno alle vostre insegne, afferratele, correte a piantarle sulle sponde del Ticino e del Po”). Inutilmente. Carlo Alberto resta praticamente in arresto per otto giorni, poi va a Modena per tentare di farsi ricevere, senza successo, da un furioso Carlo Felice. Senza l’appoggio reale, anche Santarosa fugge (esule a Londra dividerà un alloggio di Foscolo con l’altrettanto esule Porro Lambertenghi, per poi combattere nel 1824 in Grecia con Pecchio). E gli insorti, orfani del loro capo carismatico, di fronte ai 15mila austriaci arrivati in Piemonte per ristabilire l’ordine vanno allo sbando. La notizia della loro definitiva sconfitta, il 9 aprile, a Novara, Carlo Alberto la apprende nelle ovattate stanze di corte del suocero, a Firenze.  E, per assicurarsi la successione e dimostrare di essere un reazionario, consegna all’Austria le sue lettere con i carbonari e partecipa poi alla spedizione francese contro i moti in Spagna, tanto da conquistarsi il soprannome del “rinnegato del Trocadero”. E a Milano iniziano gli arresti politici. Il carbonaro Carlo di Castiglia ha paura. Pellico e Marroncelli già dall’autunno sono finiti in carcere e lui firma una lettera anonima nella quale denuncia il collegamento tra gli insorti piemontesi e i “federati” lombardi. Fa anche il nome del conte Pecchio che però, intanto, è già fuggito, come hanno anche fatto la marchesa Arconati e il marito (e lei, prima dal suo castello belga e poi dal suo rifugio berlinese sarà messaggera dei patrioti per mezza Europa e prodiga di aiuti con tanti compagni d’esilio - oltre che di amori per Berchet e Borsieri -, per poi tornare a Milano per l’insurrezione del ’48). Ma il risultato della sua delazione non è quello che Castiglia si aspetta. Verrà lui stesso arrestato (ma non condannato) e, perquisita la casa del fratello Gaetano, la polizia vi trova volantini e lettere compromettenti che, il 3 dicembre, viene arrestato. Lo stesso giorno Pallavicino, credendo (erroneamente) che l’arresto dell’amico fosse legato all’incontro che avevano avuto insieme da Carlo Alberto, si auto-denuncia. Il funzionario di polizia di turno, però, non lo arresta nella speranza che il ricco nobile scelga la via della fuga. Ma con la spavalderia della sua giovane età il futuro amministratore che Garibaldi sceglierà per dirigere Palermo e Napoli dopo l’impresa di Mille, resta a Milano. E la sera del giorno dopo, in pieno teatro alla Scala, viene arrestato. Saviotti lo “obbliga” a fare i nomi dei compagni carbonari evocando il dolore che sta arrecando alla madre, Anna Besozzi, donna di forti ideali, cui è legatissimo. Poi però ritratta, fingendosi folle. Ma ormai il pugno della repressione cala implacabile. Pochi giorni dopo viene arrestato Confalonieri. Anche lui si era rifiutato di scegliere la prudente via dell’esilio. E per lui, per Pallavicino e Castiglia - come per una decina di altri del gruppo cospirativo - si apre il processo politico più famoso del suo tempo e quindi l’inferno del carcere duro nello Spielberg. E finiscono così davanti sulla scrivania del giudice trentino Antonio Salvotti, detto il “lupo”, l’implacabile magistrato dei carbonari (che anni dopo dovrà fare i conti con un figlio patriota) i nomi delle “giardiniere”. Bianca Milesi è la prima del gruppo ad essere interrogata. Le viene dettato il testo di una lettera carbonara, ma anonima, trovata in casa di Gaetano Castiglia che si sospetta che sia sua (ed è vero). Lei riesce a scrivere in modo così diverso da impedire ai poliziotti di incastrarla, nega ogni rapporto con i carbonari, non batte ciglio durante le perquisizioni. Lei non è tipo da lasciarsi intimorire. Da bambina le suore la chiamavano “Malesi” tanto era ribelle, ultima di cinque sorelle. Esce dai rigori del collegio con la fede nei principi di uguaglianza di Saint-Simon, si taglia le trecce, veste abiti austeri, indossa scarponi militari, gira per Milano imbracciando il Saggio sulla Tolleranza di Locke. Nel 1814, ventenne, non esita a far circolare il proibito “Misogallo” dell’Alfieri, libello anti-francese, durante la sua visita nella Roma napoleonica, dove conosce Canova e Sofia Reinhardt (che la inizia ai principi del femminismo, insieme all'inglese Mary Edgeworth, della quale poi tradurrà le fiabe per i bambini delle scuole di mutuo insegnamento). Sua amica è la pittrice patriottica Ernesta Legnani, che tanta influenza avrà su Cristina di Belgioioso, all’epoca 13enne figlia adottiva del marchese liberale Alessandro Visconti-D'Aragona che, finito in carcere nella prima ondata di arresti dei moti del ‘21, uscirà dagli interrogatori di Salviotti senza condanne ma traumatizzato a vita. Ma il coraggio di Bianca è comune a tutte le altre “giardiniere” che verranno tenute agli arresti domiciliari e poi sotto stretta sorveglianza. La casa di Matilde Viscontini viene perquisita e vengono trovate le lettere di Vismara. Messa agli arresti domiciliari non cede, neanche ai più duri interrogatori con Salviotti. Ma improvvisamente è assalita dalla tabe, manifestazione della sifilide, che la corrode e uccide a soli 35 anni, nel 1825. Stendhal che intanto, con l’ondata di arresti del 1821, ha preferito lasciare Milano la idealizza in “Mèthilde” e le ispira il suo primo, struggente, romanzo, “Amance”.  Le sorelle Cobianchi, amiche intime di Castiglia, riescono ad eludere ogni contraddizione in cui si tenta di farle cadere durante gli interrogatori. A Confalonieri, durante gli interrogatori, “sfugge” il nome della contessa Frecavalli che finisce agli arresti domiciliari (e morirà nel 1828) dopo che viene intercettato un biglietto con il quale il conte tenta di avvertirla del pericolo che incombe su di lei. Confalonieri fa il nome anche dell’amica Teresa Agazzini. Lei, arrestata, si avvale dell’amicizia a Torino con il barone austriaco Ludwig von Welden, lo scalatore del Monte Rosa, che peraltro aveva partecipato sul campo alle repressioni contro i costituzionalisti piemontesi. Giustifica le sue numerose lettere con Confalonieri perché dettate da un “affetto particolare”. Salviotti non esita a mostrarle a Teresa Confalonieri nel tentativo di indurla, mossa dalla gelosia, a confermare le accuse contro il marito. Ma lei tace e inizia la sua inutile battaglia alla corte imperiale per ridonare la libertà al consorte, in un vero e proprio di calvario di sofferenza che ispirerà a Manzoni il personaggio della regina Ermengarda nell'Adelchi  e la condurrà alla precoce morte, nel 1830, a 43 anni. Intanto Bianca, schedata come “rivoluzionaria”, nel 1822, fugge all’estero e, solo dopo quattro anni, torna in Italia, a Genova, dove sposa un medico della città, Carlo Mojon. Diventa madre di due figli ma non smette di dedicarsi alle cause sociali, lavorando negli asili infantili ma anche “cospirando”. La polizia tiene d’occhio quella che definisce “giovane energumena”, “molto accarezzata dai carbonari”.  È diventata amica di Mazzini e la sua casa è il punto di approdo di tutti i patrioti lombardi. E ovviamente anche dell’amica Cristina di Belgioioso che nel 1828 ha avuto il coraggio di dire basta ai tradimenti del marito, principe di Belgioioso e di sposare la causa patriottica, diventando mazziniana e “giardiniera” e preparandosi così a diventare la “principessa rivoluzionaria” delle Cinque Giornate di Milano e delle barricate romane del 1849. Quell’anno Bianca - diventata intanto da una decina di anni parigina di adozione (nuovamente esule dopo che gli era stato impedito di aprire a Genova una scuola di ginnastica), vive con grande delusione l’aggressione francese alla Repubblica romana. Prende addirittura il lutto, indossa abiti neri. E un incredibile destino vuole che muoia l’8 giugno, uccisa dal colera, proprio nei giorni in cui le bombe francesi spengono il sogno della Repubblica mazziniana. Le sue ultime parole saranno: “Dite a mio figlio che ami sempre il suo dovere”, quello di servire la causa della libertà. (Marina Greco)

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