Edimburgo - Straordinaria e unica raccolta di fotografie della vita rurale italiana, risalenti agli anni Trenta e Cinquanta del Novecento, in mostra all’Istituto italiano di cultura di Edimburgo dall’11 settembre al 1° ottobre. La storia che si cela dietro queste immagini è affascinante: il fotografo e gran parte delle persone ritratte sono rimasti sconosciuti, mentre i negativi sono stati dimenticati in un cassetto per molti anni, fino a quando il regista Giordano Viozzi li ha scoperti dopo la morte della zia Fernanda Millevolte. Sebbene alcune fotografie rivelino un approccio amatoriale, molte sono sorprendentemente raffinate, con composizioni che richiamano le tecniche della fotografia professionale e ritratti profondamente personali di persone per le quali quella poteva essere stata la prima esperienza davanti a una macchina fotografica. L’aspetto più singolare della raccolta è che tutti i soggetti fotografati sono contadini del sud delle Marche, nell’Italia centrale: mezzadri poveri e spesso analfabeti che, nella rappresentazione tradizionale, comparivano soltanto come figure di sfondo nei paesaggi rurali. Qui, invece, sono posti al centro della scena: guardano con fierezza l’osservatore e ci restituiscono la realtà di un modo di vivere ormai consegnato alla storia. Queste fotografie testimoniano inoltre uno straordinario episodio della seconda parte della Seconda guerra mondiale, nel quale molti di questi contadini ebbero un ruolo storico ancora oggi poco conosciuto. Al momento dell’armistizio italiano, nel settembre 1943, circa 80.000 prigionieri di guerra alleati erano detenuti nei campi di prigionia dell’Italia centrale e settentrionale. In quella che è considerata la più grande evasione di massa della storia da campi di prigionia, circa 50.000 riuscirono a fuggire dopo l’armistizio. Sebbene molti venissero rapidamente catturati, 25.000 rimasero in libertà e trovarono rifugio proprio presso questi contadini, che li nascosero ai nazi-fascisti anche per 18 mesi. Pur rischiando la morte se scoperti, questi uomini e queste donne, appartenenti alla fascia più umile della società italiana, accolsero giovani soldati alleati affamati e in fuga, trattandoli come membri della propria famiglia e condividendo con loro quel poco che possedevano. Le fotografie rappresentano così una testimonianza del coraggio, della compassione e della straordinaria capacità di resistenza delle persone più emarginate della società italiana. La mostra “Fernanda: le foto ritrovate” è organizzata dall’Istituto italiano di cultura in collaborazione con l’Associazione Casa della memoria - fondata oltre vent’anni fa a Servigliano (Marche), sede dell’ex campo di prigionia PG59, oggi riconosciuto come Monumento Nazionale Italiano - e il Monte San Martino Trust, fondato nel 1989 da Keith Killby, in segno di gratitudine per il coraggioso aiuto ricevuto dopo la sua fuga dal campo PG59. (9colonne)
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