Presso la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di San Gimignano, fino al 1° settembre, Matthias Harder, curatore della Helmut Newton Foundation di Berlino, presenta una selezione di 60 fotografie che offre una panoramica, la più ampia possibile, della lunga carriera del grande fotografo tedesco. Apre “idealmente” l’esposizione il ritratto di Andy Wharol realizzato nel 1974 per Vogue Uomo, l’opera più tarda è invece il bellissimo ritratto di Leni Riefenstahl del 2000. In questo lungo arco di tempo Newton ha realizzato alcuni degli scatti più potenti e innovativi del suo tempo. Dei numerosi ritratti a personaggi famosi del Novecento sono visibili circa 25 scatti, tra i quali quello a Gianni Agnelli (1997), a Paloma Picasso (1983), a Catherine Deneuve (1976), ad Anita Ekberg (1988), a Claudia Schiffer (1992) e a Gianfranco Ferrè (1996). Delle importanti campagne fotografiche di moda, invece, sono esposti alcuni servizi realizzati per Mario Valentino e per Tierry Mugler nel 1998, oltre a una serie di importanti fotografie, ormai iconiche, per le più importanti riviste di moda internazionali. Helmut Newton (1920-2004) è uno dei fotografi più importanti e celebrati al mondo. Sin dall’inizio della sua carriera è riuscito a circondarsi di personaggi importanti dell’editoria che hanno apprezzato i suoi concetti visivi. Il risultato è un corpus di opere che, trascendendo i generi, ha raggiunto un pubblico numerosissimo di persone soprattutto attraverso riviste di moda. Le sue fotografie di moda, infatti, sono andate oltre la normale prassi ed hanno intrapreso una narrativa parallela, a volte intrisa di surrealismo o di suspense, come in un film di Alfred Hitchcock, dove, spesso, appare poco chiaro il confine tra realtà e messa in scena e dove gli elementi sono mescolati per creare un gioco di potere e seduzione. La sua fotografia ha superato gli approcci narrativi tradizionali e si è intrisa di lussuosa eleganza e sottile seduzione, oltre che di interessanti riferimenti culturali e di un sorprendente senso dell'umorismo. Il tema ricorrente delle sue foto è la vita strabordante di eccentricità, bellezza, ricchezza, erotismo e arte culinaria. Egli ha utilizzato e contemporaneamente interrogato i cliché visivi, a volte arricchendoli di autoironia o sarcasmo, ma sempre restandovi in empatia.
ROMA, UNA EUROPA SCONOSCIUTA
Quattro fotografi, Jutta Benzenberg, Andrei Liankevich, Livio Senigalliesi e Mila Teshaieva, sono andati nelle zone rurali e nei piccoli centri dell’Albania, nella vasta palude della Polesia in Bielorussia, nella Sassonia-Anhalt nell’ex Germania dell’Est e nell’area carbonifera italiana del Sulcis in Sardegna e ne hanno raccontato il nucleo più interno e vulnerabile, quello familiare. Il risultato è un racconto per immagini intenso e coinvolgente che prende vita all’interno di “Unseen / Non visti. Sguardi sull’Europa”, al Museo di Roma in Trastevere fino all’8 settembre. Dopo la prima tappa di Milano e l’appuntamento a Roma, l’esposizione sarà a Minsk a settembre e, subito dopo, proseguirà il suo cammino a Tirana. A inizio 2020, ultima tappa a Halle presso la Kunststiftung des Sachsen-Anhalts (Fondazione per l’arte della Sassonia-Anhalt). Nata da un progetto del 2017 del Goethe-Institut di Milano (Nell’ombra – Famiglie in Europa) che voleva indagare gli effetti della rapida trasformazione dell’Europa sulle famiglie di alcune aree europee produttive colpite da crisi e spopolamento, la mostra “Unseen / Non visti” testimonia gli “effetti collaterali” dei grandi cambiamenti occorsi negli ultimi decenni nel vecchio continente, rilevandone sia i minimi comuni denominatori, sia le diversità.
PARMA, LA SCOGLIERA DI MONET
Il Complesso Monumentale della Pilotta e Fondazione Cariparma presentano “Un Monet in Pilotta. La ‘Falaise du Petit Ailly à Varegenville’ e le origini dell’Astrattismo”. Fino al 28 agosto la galleria nazionale ospita una delle celebri falaises dipinte dal maestro dell’Impressionismo francese. La tela, fino a oggi presentata in Italia solo una volta, nel 2016, è accompagnata da alcuni testi critici che illustrano l’opera del grande maestro, sottolineandone le caratteristiche espressive che allontanandosi progressivamente dall’immediatezza della resa impressionistica si avvicinano alla pittura astratta. La Falaise du Petit Ailly à Varengeville proviene da una importante collezione d’arte privata, attualmente in deposito giudiziario presso il Complesso della Pilotta. Il prezioso dipinto raffigura il tratto della costa nord della Francia sul canale della Manica che va da Digione a Pourville fino a Varengeville, caratterizzato da una lunga spiaggia circondata da alte scogliere. Attratto dalla grande suggestività delle falesie e delle gole profonde che si susseguono fino al ponte sul fiume Petit-Ailly a Varengeville, Monet aveva soggiornato nella zona una prima volta nel febbraio-maggio del 1882, realizzando alcuni studi nei quali sperimentava da diverse visuali il rapporto roccia-cielo-mare. A distanza di oltre dieci anni, nel febbraio 1896 Monet torna sulla costa della Normandia in un periodo di malinconia, legato al ricordo di amici recentemente scomparsi, come in un pellegrinaggio nei luoghi dove aveva già felicemente lavorato. Il mare e le falesie battute dal vento freddo e dalla pioggia destano ancora in lui un grande entusiasmo per la bellezza dello spettacolo e offrono al pittore la possibilità di realizzare un nuovo ciclo di dipinti, come variazioni sullo stesso soggetto. È la fase della costruzione di una 'serie' concentrata su un numero ristretto di angolazioni visuali. Benché La Falaise du Petit Ailly à Varengeville rechi la firma e la data 1882, per Cianiel Wildenstein il dipinto è stato eseguito fra il 1896 e il 1897, durante il secondo soggiorno, poiché, per punto di vista e stile, appare lontano dalla sede delle scogliere del 1882, più 'naturalistiche', mentre si inserisce perfettamente all'interno della produzione del 1896-97.
VICENZA: ARTE CONTEMPORANEA AL TORRIONE
La Fondazione Coppola di Vicenza presenta fino al 31 agosto, nella propria sede espositiva presso il Torrione, La mostra “La Torre”, prima personale in Italia degli artisti Neo Rauch (Lipsia, 1960) e Rosa Loy (Zwickau, 1958). Il progetto nasce per volontà del mecenate e imprenditore Antonio Coppola, che ha acquistato e donato il Torrione medievale al Comune di Vicenza in cambio di un usufrutto di trent’anni, sottoponendolo a un meticoloso lavoro di restauro ed aprendolo all’arte contemporanea. La prima mostra nello spazio restituito alla città - com opere inedite, tra dipinti e disegni, di Neo Rauch e Rosa Loy, appositamente pensate per gli spazi del Torrione -, rappresenta la possibilità di avvicinarsi al lavoro di due figure chiave della scena della pittura internazionale degli ultimi decenni. La loro esperienza è fortemente legata alla città di Lipsia, dove, dall’inizio del Novecento fino agli anni Duemila, è andato formulandosi un linguaggio figurativo che ha formato un’importante scuola di pittura (la scuola di Lipsia, appunto) che ha coinvolto diverse generazioni di artisti tedeschi. Neo Rauch, in particolare, ha rivestito un ruolo cruciale negli anni immediatamente successivi alla fine dell’ex DDR: figura di raccordo tra diverse generazioni di artisti, punto di riferimento per i pittori che hanno fatto parte della Nuova Scuola di Lipsia, l’artista ha saputo rielaborare il suo linguaggio figurativo attraverso la contaminazione di diverse culture: le illustrazioni dei manifesti di propaganda della Germania Est, la cultura Pop, il realismo energetico e nervoso di artisti come Max Beckmann e Otto Dix, le prospettive allucinate e la concitazione narrativa dei grandi teleri di maestri rinascimentali come Tintoretto e Rubens. Apparentemente più disteso (e aperto alla possibilità di abbandoni lirici), ma altrettanto onirico e ambiguo, è il linguaggio figurativo di Rosa Loy: al centro dei suoi dipinti c’è sempre la figura del doppio femminile e del doppelgänger, e la relazione enigmatica – e spesso sordidamente violenta – tra due figure che si muovono all’interno di un paesaggio intimo e famigliare, dentro una casa o un giardino.
NOVARA, LE SINESTESIE DI LUCA GILLI
La Fondazione Antonio e Carmela Calderara di Vacciago di Ameno, sul lago d’Orta, presenta la mostra fotografica “Sinestesie” di Luca Gilli. Fino all’8 settembre le opere pittoriche di Antonio Calderara, nella sua casa museo, vengono accostate alle opere del fotografo emiliano. Gilli espone alcuni lavori del passato come Blank, Un musée après, Incipit e altre opere realizzate in situ per questo progetto durante un soggiorno presso la casa museo che custodisce la preziosa collezione di Calderara che annovera quadri, sculture e installazioni di artisti del Novecento di rilevanza internazionale, con i quali il maestro ha intrattenuto intensi rapporti di amicizia. Le due ricerche poste a confronto, sulla materia e sulla luce, danno vita a una particolare armonia visiva e connessione tra i due artisti che, senza essersi mai conosciuti, con età, tradizioni e medium differenti lavorano sulla soglia tra il visibile e l’invisibile, con una straordinaria consonanza di spirito. Come due anime affini. Come descrive la curatrice Angela Madesani, le opere di Gilli sono “lavori silenti in cui a dominare sono il bianco, il vuoto, ma, il più delle volte, il punctum è costituito dal colore: una macchiolina, una striscia. Punti mobili che diventano un pretesto di viaggio all’interno dell’opera”.
MATERA, 5MILA SACCHI "PIENI" DI PACE
La più grande installazione di arte contemporanea di Matera Capitale europea della cultura. Un vero e proprio percorso di simboli e sculture all’interno di un’area di 26 metri per 20 delimitata da cinque mila sacchi nei sette colori della pace, visitabile fino al 10 settembre. È Il Giardino di Zyz, l’opera dell’artista veneziano Gianfranco Meggiato, che dal belvedere del Parco della Murgia Materana guarda la città dei Sassi: una mano aperta, simbolo in molte culture di protezione, apertura e spiritualità. Un progetto artistico promosso da Ente Parco della Murgia, Comune di Matera e Associazione Itria (Associazione per il dialogo interreligioso e interculturale) e curato da Daniela Brignone. Così come con La Spirale della vita, realizzata per Manifesta 12 a Palermo Capitale Italiana della Cultura 2018, in memoria di tutte le vittime innocenti di mafia, Meggiato crea opere monumentali ispirandosi a valori e temi che invitano alla riflessione e alla meditazione attraverso l’arte. Per Meggiato Zyz - come gli antichi fenici definivano il fiore - è “l’essenza primigenia della conoscenza e della cultura. Il fiore che può e deve ancora sbocciare nel giardino di un presente lacerato da divisioni e incomprensioni, trovando ciò che unisce”. Per questo, all’interno della mano - che per i musulmani è la mano di Fatima, per gli ebrei è la mano di Miriam, per i cristiani ortodossi è la mano di Maria e per i cattolici, più in generale la mano dell’accoglienza verso l’altro – è un fiore che custodisce la scultura più alta dell’artista e il suo invito esplicito all’unità e al dialogo attraverso la frase “Tutto è uno”, scritta nelle trenta lingue più parlate al mondo. Di origini veneziane, Gianfranco Meggiato dal 2016 realizza opere urbane e installazioni di grande potenza evocativa. Nel 2017 ha ricevuto il premio Icomos-Unesco “per aver magistralmente coniugato l’antico e il contemporaneo in installazioni scultoree di grande potere evocativo e valenza estetica”.





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